
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
A Polignano a Mare, sabato 10 ottobre, la fila davanti a Palazzo Miani si è formata presto. La cittadina pugliese partecipava per la prima volta alle Giornate FAI d’Autunno, aprendo in via eccezionale l’antico Palazzo Marchesale. Scene simili si sono ripetute in centinaia di altri luoghi, dai cortili milanesi alle chiese di provincia, dalle ville venete ai castelli dell’entroterra. Persone in coda per vedere un affresco, una scala elicoidale, una biblioteca privata, un giardino murato rimasto per decenni dietro un portone chiuso.
I numeri del bilancio finale raccontano un successo che non era scontato. La quindicesima edizione si è chiusa con oltre 400mila visitatori in 350 città, con più di settecento luoghi d’arte, storia e natura aperti al pubblico, molti dei quali poco conosciuti o normalmente inaccessibili. Ci sono state aperture curiose e perfino istituzionali: la Banca d’Italia ha accolto i visitatori nelle sue filiali di Firenze e di Sassari. E c’è un dettaglio che merita attenzione più di altri: tutto è stato possibile grazie all’impegno delle delegazioni locali e al contributo dei volontari, soprattutto giovani.
È un dato che smentisce un luogo comune duro a morire, quello di una generazione distratta, chiusa negli schermi, indifferente alla memoria dei luoghi in cui vive. Migliaia di ragazzi hanno studiato la storia di un palazzo, di una pieve, di un opificio dismesso, e l’hanno raccontata a sconosciuti. Non per un voto, non per un compenso. In un Paese che fatica a trattenere i suoi giovani e che spesso li descrive soltanto attraverso le statistiche del disagio, è un’immagine che vale la pena di trattenere.
Del resto, il rapporto degli italiani con il patrimonio è cambiato in profondità. Secondo l’Istat, la quota di chi visita musei e mostre è passata dal 22,7% del 1993 al 35,8% del 2025, e quella di chi frequenta siti archeologici e monumenti dal 21,5% del 1997 al 32,3%. Non si tratta più di un consumo d’élite. È diventata un’abitudine diffusa, una forma di tempo libero che unisce curiosità, identità e desiderio di conoscere da vicino il proprio territorio.
Ed è qui che la cultura incontra l’economia reale. Un weekend come quello delle Giornate FAI non riempie soltanto i cortili dei palazzi. Riempie i bar della piazza, le trattorie, i piccoli alberghi, le botteghe che vendono prodotti locali. Mette in moto le guide, i restauratori, gli artigiani che negli anni hanno curato quei beni con competenze che rischiano di scomparire. Nei borghi, dove il turismo di massa non arriva, queste occasioni rappresentano a volte una boccata d’ossigeno per attività che vivono con margini sottilissimi e che per il resto dell’anno contano soprattutto sui residenti.
Il patrimonio italiano non è fatto solo dei grandi musei che attirano milioni di visitatori stranieri. È una rete fittissima di luoghi minori, sparsi in ogni comune, che spesso restano chiusi per mancanza di personale, di fondi, di progetti. Occorre che esperienze come questa diventino un metodo e non un evento di due giorni l’anno. Serve una collaborazione stabile tra enti pubblici, fondazioni, associazioni e imprese del territorio, capace di garantire aperture regolari e di valorizzare le professionalità locali. È necessario sostenere le piccole imprese del restauro, dell’accoglienza e dell’artigianato artistico, che di quel patrimonio sono le custodi quotidiane. Quattrocentomila persone hanno dimostrato che la domanda c’è. Ora tocca all’offerta.
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