
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Un’indagine sulla Generazione Z diffusa in questi giorni dice che tre giovani su quattro preferiscono uno stipendio adeguato accompagnato da un buon equilibrio tra lavoro e vita privata, mentre meno di uno su cinque sarebbe disposto a guadagnare di più rinunciando al proprio tempo. Chi ha costruito la propria carriera in anni in cui l’orario lungo era un titolo di merito potrebbe leggervi un segno di scarsa ambizione. Sarebbe una lettura sbagliata, e anche un po’ pigra.
Lo stesso sondaggio racconta infatti una generazione tutt’altro che spaventata dal futuro. Di fronte all’intelligenza artificiale, soltanto l’8 per cento dei ragazzi tra i 20 e i 25 anni dichiara di averne paura. Quasi la metà la considera un’opportunità che apre più possibilità di quante ne chiuda, e oltre quattro su dieci la ritengono ormai indispensabile per lavorare. Non la vivono come una minaccia al proprio posto, ma come uno strumento per ridurre il carico delle attività ripetitive e liberare tempo. Ecco il filo che lega le due risposte: l’innovazione tecnologica, per questi giovani, serve anche a lavorare meglio, non soltanto di più.
Il contesto aiuta a capire. L’Italia resta tra i Paesi europei con il più basso tasso di occupazione nella fascia tra i 20 e i 29 anni, e negli ultimi quindici anni centinaia di migliaia di giovani hanno cercato fortuna all’estero. Ma qualcosa si sta muovendo. L’incidenza dei ragazzi che non studiano e non lavorano, che dieci anni fa superava un quarto della popolazione giovanile, si è quasi dimezzata. La disoccupazione è ai minimi da molto tempo. Il mercato del lavoro, complice il calo demografico, ha oggi meno giovani da inserire e più bisogno di trattenerli. I rapporti di forza, in altre parole, stanno cambiando.
Per le piccole e medie imprese questa è una sfida, ma soprattutto un’occasione. È vero che una piccola azienda difficilmente può competere sulle retribuzioni con una multinazionale. Ma può offrire altro, ed è proprio ciò che questa generazione sembra cercare. Può offrire flessibilità negli orari, rapporti umani diretti, responsabilità affidate presto, la possibilità di vedere il risultato concreto del proprio lavoro senza perdersi in organigrammi infiniti. In molte botteghe artigiane, in molti studi, in molte piccole fabbriche, un ragazzo di venticinque anni può imparare in due anni ciò che altrove richiederebbe un decennio.
E c’è un secondo terreno di incontro. Le imprese italiane che utilizzano l’intelligenza artificiale sono cresciute rapidamente, ma restano una minoranza, e la mancanza di competenze adeguate frena la maggioranza di quelle che vorrebbero investire. I giovani che considerano questi strumenti parte naturale del proprio lavoro possono portare nelle piccole aziende proprio ciò che manca. Il passaggio generazionale, in questo senso, non riguarda solo la proprietà delle imprese. Riguarda il modo di lavorare.
Serve naturalmente un cambio di mentalità anche da parte degli imprenditori. Misurare l’impegno con le ore trascorse in ufficio è un criterio che appartiene al passato. Contano i risultati, l’autonomia, la capacità di apprendere. Chi saprà organizzarsi di conseguenza attrarrà i migliori.
Bisogna avere fiducia in questa generazione. Servono, tuttavia, strumenti che aiutino le piccole imprese a farsi trovare pronte: incentivi alla formazione digitale, un apprendistato rinnovato e meno burocratico, un trattamento fiscale favorevole per le misure di welfare e di conciliazione. I giovani ci stanno dicendo con chiarezza che cosa cercano. Sta a noi dimostrare che il lavoro nelle piccole imprese può offrirlo.
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