
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Chi tiene in piedi lo Stato sociale italiano? La domanda sembra retorica, ma gli ultimi dati sulle dichiarazioni dei redditi offrono una risposta che dovrebbe far riflettere chiunque abbia responsabilità pubbliche. Su circa 58 milioni di residenti, i contribuenti che presentano una dichiarazione sono poco meno di 43 milioni. Quelli che versano almeno un euro di Irpef si fermano a poco più di 34 milioni. E il peso dell’imposta è distribuito in modo sorprendentemente squilibrato: meno di un contribuente su cinque, chi dichiara oltre 35mila euro lordi l’anno, versa circa il 65 per cento dell’intero gettito. Allargando lo sguardo a chi supera i 29mila euro, circa il 30 per cento dei contribuenti finanzia quasi l’80 per cento dell’imposta.
All’estremo opposto, quasi metà dei dichiaranti contribuisce per una quota marginale, intorno al 5 per cento. E c’è un confronto che colpisce più di altri: le poche decine di migliaia di contribuenti con redditi superiori a 300mila euro versano complessivamente più di quanto versino, tutti insieme, gli oltre 27 milioni di cittadini che dichiarano meno di 20mila euro.
Questi numeri vanno maneggiati con cautela. Raccontano i redditi dichiarati, non quelli reali, e nulla dicono da soli sui patrimoni, sull’evasione o sull’effettiva capacità di spesa delle famiglie. Tra i redditi bassi ci sono pensionati con assegni modesti, lavoratori a tempo parziale, giovani precari, persone in autentica difficoltà. Ma ci sono anche, inutile nasconderlo, aree di economia sommersa che sfuggono a qualunque rilevazione. Proprio per questo il quadro chiede di essere letto con onestà intellettuale, senza la tentazione di trasformarlo in un atto d’accusa contro qualcuno.
Il punto politico è un altro. Negli ultimi sedici anni la spesa per l’assistenza è più che raddoppiata, passando da circa 73 a oltre 180 miliardi di euro, senza che a questa crescita corrispondesse una riduzione equivalente della povertà. Si è spesa molta più moneta pubblica, e non sempre con i risultati attesi. Bonus a pioggia, misure sovrapposte, prestazioni erogate da enti diversi che non si parlano tra loro: il risultato è un sistema difficile da controllare e, a volte, capace di scoraggiare il lavoro regolare invece di incoraggiarlo. Quando il sostegno si riduce bruscamente appena il reddito sale di qualche centinaio di euro, la convenienza a emergere diminuisce.
Chi regge questo sistema è quel ceto medio produttivo che da anni si sente chiamato a pagare di più e a ricevere di meno: impiegati, quadri, professionisti, ma anche artigiani e piccoli imprenditori. Con la crescita del reddito aumentano l’imposta e l’aliquota, mentre detrazioni e agevolazioni si assottigliano fino a scomparire. Non stupisce che il governo stia valutando di estendere il secondo scaglione Irpef, al 33 per cento, fino ai 60mila euro. È una direzione condivisibile, purché non resti un intervento isolato e sia sostenuta da coperture strutturali.
Per un piccolo imprenditore la questione ha anche un risvolto concreto. Chi paga tutto, fino all’ultimo euro, si trova spesso a competere con chi non paga nulla. L’equità fiscale non è solo una questione di giustizia distributiva: è una condizione di concorrenza leale.
Unimpresa ritiene che il patto fiscale vada rinnovato su basi nuove. Non si tratta di redistribuire di più, ma di redistribuire meglio. Serve una banca dati unica dell’assistenza, che consenta di sapere chi riceve cosa e da chi. Serve una revisione dell’Isee che renda più affidabile la misurazione della condizione economica. Serve un contrasto all’evasione intelligente e mirato, non vessatorio verso chi è già in regola. E serve alleggerire il carico su chi lavora e produce. Un Paese in cui pochi pagano per tutti non è solo ingiusto: è fragile.
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