
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
L’ultimo Piano nazionale per le demenze fu approvato in Conferenza unificata il 30 ottobre 2014. Da allora il numero di italiani che convivono con una forma di declino cognitivo è cresciuto senza sosta, la ricerca ha compiuto passi prima impensabili, i servizi sono rimasti sostanzialmente quelli di allora. Il 21 settembre, in occasione della Giornata mondiale dell’Alzheimer, il ministero della Salute ha finalmente aperto il cantiere del nuovo Piano, che dovrebbe coprire il quinquennio 2027-2031. È una buona notizia. Ma è anche la misura di un ritardo che il Paese ha pagato e continua a pagare.
I numeri sono noti a chi si occupa della materia, meno all’opinione pubblica. In Italia vivono oltre un milione di persone con demenza, circa seicentomila delle quali con la malattia di Alzheimer, che ne è la forma più diffusa. Altre novecentomila presentano un deterioramento cognitivo lieve, spesso l’anticamera della malattia. Le proiezioni dell’Istituto superiore di sanità indicano che entro il 2030 si potrebbe superare quota 1,6 milioni, e che nel 2050 si arriverebbe intorno ai 2,3 milioni. È l’effetto più diretto dell’invecchiamento della popolazione, che in Italia procede più rapidamente che quasi ovunque in Europa.
La scienza, intanto, si muove. Il rapporto mondiale presentato quest’anno conta 158 possibili terapie in valutazione in oltre 190 sperimentazioni cliniche. Alcuni trattamenti hanno mostrato per la prima volta di poter rallentare la progressione della malattia. Ma c’è un collo di bottiglia: la diagnosi. A livello globale si stima che tre persone su quattro con demenza non abbiano mai ricevuto una diagnosi formale. E poiché le nuove cure agiscono soprattutto nelle fasi iniziali, arrivare tardi significa arrivare quando è troppo tardi.
In Italia la rete dei servizi esiste, ma è sottile e disomogenea. Si contano poco più di cinquecento centri per i disturbi cognitivi, circa 1.700 residenze sanitarie assistenziali e appena 443 centri diurni. Le associazioni dei familiari segnalano da anni un problema di fondo: i finanziamenti arrivano per progetti a termine, mentre chi riceve una diagnosi oggi avrà bisogno di assistenza per dieci o quindici anni. Una malattia di lungo periodo non si affronta con risorse di breve periodo.
Il peso ricade in larga parte sulle famiglie. Sono soprattutto figlie, mogli, nuore, spesso ancora in età lavorativa, a farsi carico dell’assistenza quotidiana. Riducono l’orario, chiedono permessi, talvolta lasciano il lavoro. È un costo sociale enorme, che non compare in nessun bilancio pubblico ma che si riflette sull’occupazione femminile, sui redditi, sulla salute di chi assiste.
Per le piccole imprese il tema è tutt’altro che astratto. Quando una dipendente deve assentarsi con frequenza per accompagnare un genitore alle visite o gestire un’emergenza, un’azienda di dieci persone non ha margini per riorganizzarsi facilmente. Eppure molti imprenditori, conoscendo personalmente i propri collaboratori, cercano soluzioni di buon senso: turni flessibili, orari adattati, un po’ di comprensione in più. Ma non possono essere lasciati soli, e soprattutto non possono sostituirsi a un sistema pubblico che non funziona.
Il nuovo Piano dovrebbe nascere con finanziamenti strutturali e non episodici, con un rafforzamento reale della diagnosi precoce nei territori e con un riconoscimento concreto del ruolo del caregiver familiare. Servono strumenti che consentano anche alle piccole imprese di offrire flessibilità senza esserne penalizzate: incentivi, reti di welfare territoriale condivise tra più aziende, servizi di sollievo accessibili. La cura della memoria di chi invecchia è anche una questione di tenuta sociale e produttiva del Paese. Dodici anni di attesa sono già stati troppi.
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