
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Chi visita il Macellum di Pozzuoli, il mercato romano che per secoli è stato scambiato per un tempio di Serapide, nota sulle colonne una fascia di piccoli fori scavati dai molluschi marini. È la prova che quel pavimento, nel corso dei secoli, è sprofondato sotto il livello del mare e poi è riemerso. Il bradisismo, qui, non è una novità. È la condizione stessa di un territorio che respira da duemila anni. Eppure lo Stato continua ad affrontarlo come se ogni volta fosse la prima.
La vicenda di questi giorni ne è un esempio quasi didascalico. Il decreto sulla pubblica amministrazione, approvato ad agosto, contiene un capitolo dedicato all’emergenza flegrea. Alla Camera erano attesi emendamenti per rafforzare gli interventi a favore di famiglie e territori, frutto di un’intesa tra governo e Regione. Circa 140 proposte, presentate sia dalla maggioranza sia dall’opposizione, si sono invece arenate nelle commissioni per ragioni procedurali. I cinque articoli sui Campi Flegrei sono rimasti invariati. Ne restano cento milioni in due anni per la riqualificazione sismica degli edifici dichiarati inagibili e un ampliamento dei poteri del commissario straordinario. Non poco, ma meno di quanto il territorio si aspettasse.
La reazione dei sindaci è stata immediata. Pozzuoli ha annunciato una mobilitazione a Roma. Nel giro di poche ore Palazzo Chigi ha fatto sapere che, d’intesa con il presidente della Regione, sarebbe arrivato un decreto legge dedicato, con un orizzonte decennale. Il ministro per la Protezione civile ha chiarito l’obiettivo: non più un provvedimento per ogni crisi sismica, ma una struttura normativa e gestionale permanente. Sul tavolo ci sono la messa in sicurezza degli edifici pubblici e privati, la riparazione di quelli danneggiati, le vie di fuga, le infrastrutture strategiche e un fondo pluriennale, con una regia unica affidata alla Regione.
È una svolta che, se mantenuta, andrebbe salutata con favore. Per anni l’area flegrea ha vissuto di norme scritte in fretta, dopo ogni sciame sismico, sovrapposte le une alle altre, con competenze frammentate tra enti diversi. Una programmazione su dieci anni significa riconoscere che il rischio non è un incidente ma un dato permanente, da governare con continuità. Resta però da vedere il testo. Per ora c’è un annuncio politico: mancano ancora l’articolato, le risorse e i tempi di approvazione. I sindaci lo sanno, e per questo mantengono alta la guardia.
In questa discussione c’è un soggetto che rischia di restare ai margini: le imprese. Nei comuni flegrei vivono e lavorano migliaia di piccole attività. Bar e ristoranti del lungomare, pescatori, artigiani, negozi, strutture ricettive che vivono di un turismo straordinario per bellezza e storia. Ogni scossa significa clienti che disdicono, fornitori che esitano, banche più prudenti nel concedere credito, assicurazioni che alzano i premi o si ritirano. Un’impresa può sopportare molte difficoltà, ma non l’incertezza permanente. Chi deve decidere se investire in un nuovo locale o rinnovare un’attrezzatura ha bisogno di sapere cosa accadrà nei prossimi anni.
Unimpresa chiede che il nuovo decreto contenga un capitolo specifico dedicato alle attività economiche dell’area: garanzie pubbliche sul credito, sostegni per i danni subiti, sospensioni fiscali mirate nei periodi più critici, procedure semplificate per chi deve adeguare locali e strutture. E chiede che il provvedimento arrivi presto, con coperture certe. Il bradisismo non si può fermare. La sfiducia, invece, sì. Un territorio che convive con la terra che si muove ha diritto almeno a uno Stato che resti fermo nei propri impegni.
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