
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Aveva ventidue anni, era un rocciatore specializzato nei lavori in fune e lavorava nell’impresa di famiglia. Poco dopo la mezzanotte di martedì 22 settembre è precipitato per una decina di metri mentre montava la nuova illuminazione del Colosseo, sul lato che guarda via Labicana. La notizia è arrivata nelle stesse ore in cui l’Inail presentava la sua relazione annuale. Una coincidenza amara, che dice più di molte statistiche.
I numeri ufficiali, del resto, raccontano una storia di miglioramento. Nel 2025 i casi mortali denunciati sono stati 1.198, il 3,3 per cento in meno rispetto all’anno precedente. Rapportati al numero degli occupati, i decessi scendono a 3,69 ogni centomila lavoratori, il valore più basso degli ultimi anni. Anche gli infortuni in rapporto all’occupazione sono in calo, e rispetto al 2019 la diminuzione supera il 13 per cento. Il presidente dell’istituto ha commentato che il risultato è positivo ma che non ci si può accontentare. Ha ragione.
C’è però un’altra contabilità, quella tenuta da osservatori indipendenti che da anni registrano ogni vittima, compresi i lavoratori non coperti dall’assicurazione Inail. Secondo questi conteggi, nei primi nove mesi del 2026 le vittime hanno già superato quota novecento, circa ottanta in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. I due dati non sono direttamente confrontabili: misurano platee diverse, periodi diversi, con metodi diversi. Ma la distanza tra le due fotografie dovrebbe suggerire prudenza a chiunque sia tentato di proclamare vittorie premature.
Poi c’è il capitolo delle malattie professionali. Le denunce nel 2025 sono state oltre 98mila, l’11 per cento in più dell’anno precedente, il livello più alto da ventisei anni. L’Inail legge il fenomeno soprattutto come emersione di casi prima ignorati, grazie a una maggiore attenzione di medici e lavoratori. È una lettura plausibile, e in parte rassicurante. Ma resta il fatto che dietro quei numeri ci sono schiene consumate, polmoni affaticati, articolazioni logorate da anni di movimenti ripetuti. Il lavoro, anche quando non uccide, continua a lasciare segni.
I settori più colpiti sono sempre gli stessi: costruzioni, manifattura, trasporti e magazzinaggio. Le vittime sono quasi tutte uomini, spesso non più giovani. E una parte rilevante degli incidenti avviene in imprese di piccole e piccolissime dimensioni, dove la sicurezza è più difficile da organizzare. Non per cattiva volontà, nella gran parte dei casi, ma per una questione di mezzi. Una grande azienda ha un servizio di prevenzione strutturato, tecnici dedicati, budget per la formazione. Un’impresa artigiana con cinque dipendenti deve fare tutto da sola, tra adempimenti burocratici che spesso producono carta più che consapevolezza.
È qui che la politica può fare la differenza. Negli anni l’Inail ha accumulato avanzi di gestione consistenti. Una parte di quelle risorse potrebbe essere destinata in modo stabile alla prevenzione nelle microimprese: contributi per l’acquisto di attrezzature sicure, riduzione dei premi per chi investe, formazione pratica in cantiere anziché corsi in aula che si esauriscono in un attestato. La patente a crediti nei cantieri è un passo nella giusta direzione, a condizione che non si trasformi in un ennesimo adempimento formale.
La sicurezza non può essere considerata un costo da comprimere, ma un investimento che protegge le persone e, insieme, la continuità delle imprese. Un infortunio grave, in una piccola azienda, può significare la fine dell’attività. Il calo registrato non deve diventare un alibi; i dati vanno integrati in un quadro unico e trasparente; le risorse disponibili vanno messe al servizio di chi ha più bisogno di sostegno. Un ragazzo di ventidue anni non dovrebbe morire così. Mai.
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