
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Alla Buchmesse di Francoforte non si vendono libri al pubblico, o quasi. Si vendono idee, storie, diritti di traduzione. È lì che un romanzo scritto in una piccola casa editrice di provincia può trovare un editore tedesco, coreano o brasiliano, e cominciare una seconda vita. La fiera, che quest’anno si è svolta dal 7 all’11 ottobre ed è arrivata alla settantottesima edizione, resta il principale appuntamento europeo del settore e un punto di riferimento per l’editoria internazionale.
L’Italia c’era, come sempre. L’Agenzia ICE ha allestito un Padiglione Italia di circa 540 metri quadrati, in collaborazione con l’Associazione Italiana Editori. Per avere un’idea della dimensione della manifestazione basta guardare i dati dell’anno scorso: 238mila visitatori e 4.350 espositori provenienti da 153 Paesi, di cui 145 italiani, 68 dei quali presenti nel padiglione ICE. E c’è un dettaglio che rivela molto del tessuto editoriale italiano: la partecipazione era possibile con una postazione individuale a 1.200 euro più Iva oppure con una postazione a rotazione a 600 euro. Cifre pensate per consentire anche agli editori più piccoli di affacciarsi su un mercato altrimenti inaccessibile.
Perché l’editoria italiana è, in larga parte, un mondo di piccole imprese. Accanto ai grandi gruppi esiste una galassia di case editrici indipendenti, spesso nate dalla passione di poche persone, che pubblicano poesia, saggistica, letteratura straniera, libri per ragazzi. Sono loro a scoprire molti autori che poi diventano noti, a tradurre voci che altrimenti non arriverebbero mai ai lettori italiani, a custodire nicchie che i grandi numeri trascurerebbero. E sono loro a soffrire di più le difficoltà del mercato, dalla distribuzione ai costi della carta.
Il paradosso è noto e l’Istat lo ha descritto con precisione. In un secolo i titoli pubblicati sono passati da 6.300 a oltre 83mila, ma l’aumento dell’offerta non si è tradotto in una partecipazione proporzionale. Pesa soprattutto la frattura territoriale: nel 2025 i lettori sono il 46,6% al Centro-Nord e il 30,6% nel Mezzogiorno. Un mercato interno così fragile rende l’apertura verso l’estero non un’opzione, ma una necessità. Vendere diritti all’estero significa dare respiro ai bilanci, far circolare gli autori, trasformare un catalogo in un patrimonio che produce valore nel tempo.
C’è anche una dimensione che va oltre l’economia. Un libro tradotto porta con sé un’immagine del Paese: il suo modo di raccontare le famiglie, le città, la storia, i conflitti. L’Italia è conosciuta nel mondo per la moda, il design, la cucina. Lo è meno per la sua letteratura contemporanea, che pure ha conosciuto negli ultimi anni stagioni di grande successo internazionale. Nel 2024, trentasei anni dopo l’ultima volta, l’Italia è tornata Paese ospite d’onore a Francoforte, ed è stata un’occasione importante. Ma la presenza internazionale non si costruisce con un singolo evento: richiede continuità.
Occorre allora che il sostegno all’internazionalizzazione dell’editoria diventi strutturale, con strumenti accessibili anche alle case editrici più piccole, che non dispongono di uffici diritti né di agenti all’estero. Serve un rafforzamento dei contributi alla traduzione, leva decisiva per far viaggiare i nostri autori. È necessario sostenere le librerie indipendenti, presidi culturali nei quartieri e nei piccoli centri, che sono anche il primo mercato degli editori minori. E va affrontato con decisione il divario territoriale nella lettura, a partire dalle scuole e dalle biblioteche. Un Paese che legge di più è anche un Paese che esporta meglio le proprie storie.
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