
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
C’è un passaggio, nel recente intervento del presidente della Repubblica, che colpisce più di altri: «In Italia si può lavorare ed essere poveri». Una frase semplice, eppure dirompente. Perché svela, senza troppi giri di parole, una verità che molti preferiscono ignorare: il lavoro, oggi, non basta più per vivere con dignità. È un’affermazione che pesa come un macigno sul nostro tempo, sul valore sociale del lavoro e sulla coesione di un Paese che rischia di perdere il senso stesso della sua identità.
Mattarella ha parlato di “squilibri salariali” e di una “coesione sociale in pericolo”. E ha fatto bene a ricordarci che dietro le cifre dell’economia ci sono persone, famiglie, storie di precarietà silenziosa. Negli ultimi vent’anni, i salari reali in Italia sono rimasti praticamente fermi, mentre il costo della vita è cresciuto, erodendo progressivamente il potere d’acquisto. Nello stesso periodo, le disuguaglianze si sono allargate: i compensi dei top manager e i dividendi degli azionisti sono aumentati, spesso in misura esponenziale. È una forbice che non si può più giustificare solo con la logica del mercato.
Non è un discorso ideologico, né una critica al successo di chi fa impresa. È piuttosto una riflessione civile: se il lavoro perde valore, se non garantisce sicurezza né prospettiva, viene meno il fondamento stesso su cui si regge la nostra democrazia economica. La povertà che cresce tra chi lavora non è solo un problema economico: è una ferita sociale, che logora la fiducia e alimenta rancori, divisioni, isolamento.
Dietro ogni statistica ci sono volti concreti: lavoratori part-time che non arrivano a fine mese, giovani costretti ad accettare stipendi da tirocinio anche dopo anni di studio, famiglie che rinunciano alle cure o alle vacanze. Tutto questo accade in un Paese che, sulla carta, continua a definirsi una Repubblica fondata sul lavoro.
Le parole del Capo dello Stato arrivano in un momento delicato, alla vigilia della nuova manovra economica. Ma non vanno lette come un messaggio alla politica: sono un richiamo alla coscienza collettiva. Perché la povertà del lavoro riguarda tutti — imprese, istituzioni, sindacati, cittadini — ed è una questione che tocca la dignità della persona.
La crescita economica deve camminare insieme all’equità sociale. Non ci può essere sviluppo duraturo se chi lavora resta ai margini. Servono politiche che restituiscano valore al lavoro e sostengano le imprese che scelgono la qualità, la formazione, la stabilità. Non è solo un dovere etico: è un investimento nel futuro del Paese.
Il monito di Mattarella è un invito a guardare oltre i numeri del PIL e del deficit, per tornare a vedere il lavoro come strumento di emancipazione e non di sopravvivenza. È un invito a ricostruire fiducia, dignità e speranza. Perché un’Italia in cui si può lavorare ed essere poveri è un’Italia che ha smarrito la propria anima. E ritrovarla dipende da ciascuno di noi.
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