
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
C’è un filo di inquietudine, più che di allarme, nel messaggio che la Banca Mondiale ha recentemente rivolto all’Europa: creare posti di lavoro non è più sufficiente. È una verità scomoda, che suona familiare ai nostri governi. L’occupazione cresce, ma la qualità del lavoro arretra. I salari reali stagnano, la produttività non riparte, la formazione resta indietro. E così l’Europa, pur lavorando, rischia di non crescere.
L’analisi del capo economista Ivailo Izvorski fotografa un continente sospeso tra due crisi demografiche. Da una parte, un’Europa che invecchia e fatica a rinnovarsi; dall’altra, un’Asia centrale giovanissima ma ancora povera di competenze. Due mondi vicini ma distanti, accomunati da un rischio: quello di un futuro che produce occupazione senza benessere, sviluppo senza equità.
Il lavoro non è più una garanzia di stabilità. In molti Paesi europei, l’occupazione è frammentata, intermittente, spesso priva di prospettiva. Si lavora di più, ma si guadagna di meno. L’innovazione tecnologica, che avrebbe dovuto liberare tempo e migliorare la qualità della vita, sta invece polarizzando il mercato: da un lato professioni iperqualificate e ben retribuite, dall’altro una massa crescente di lavori poveri, precari, facilmente sostituibili.
Il richiamo della Banca Mondiale è, in fondo, un invito alla responsabilità politica. Servono investimenti in capitale umano, istruzione tecnica, formazione continua. Serve una politica industriale che non si limiti a proteggere le grandi imprese, ma che dia respiro a quella rete di piccole e medie aziende che rappresenta l’anima produttiva dell’Europa. Perché la competitività non si costruisce con le agevolazioni, ma con le competenze.
Izvorski invita a ridurre i vantaggi fiscali e normativi delle multinazionali, a riequilibrare le opportunità, a favorire la mobilità del lavoro. Non è solo una questione di efficienza economica, ma di coesione sociale. La crescita diseguale logora la fiducia, e senza fiducia non c’è sviluppo che tenga.
L’Europa, troppo spesso, misura il proprio successo in decimali di PIL e non in qualità della vita. È un errore culturale prima ancora che statistico. Perché la vera ricchezza di un Paese non è nel numero dei contratti firmati, ma nella dignità che quei contratti garantiscono.
In questo senso, il monito della Banca Mondiale non è un esercizio accademico. È una domanda di civiltà: che tipo di lavoro vogliamo creare? Un lavoro che si limiti a produrre numeri o un lavoro che restituisca alle persone il senso di appartenenza e di futuro?
L’Europa ha costruito la propria identità sul valore del lavoro come strumento di emancipazione e coesione. Riscoprirlo, oggi, significa difendere la sua stessa idea di democrazia. Non basterà crescere: occorrerà tornare a farlo insieme, e meglio.
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