
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Tre milioni e settecentomila. Tanti sono gli alberi messi a dimora in Italia nel 2025, con un aumento del 17% rispetto all’anno precedente e una superficie complessiva che supera i 5.300 ettari. Il dato, contenuto nell’Atlante delle Foreste diffuso il 12 ottobre, è passato quasi inosservato, schiacciato tra le notizie sulla manovra e quelle sulle tensioni internazionali. Merita invece di essere raccontato, perché è una di quelle buone notizie che non fanno rumore e che proprio per questo rischiano di non essere comprese.
Non si tratta soltanto di una questione estetica o di un gesto simbolico. Secondo il rapporto, il nuovo patrimonio verde produrrà servizi ecosistemici per un valore stimato di circa 28 milioni di euro l’anno, per ogni anno di vita degli impianti. Ombra nelle estati sempre più torride, aria più pulita, suoli più stabili, acqua trattenuta durante le piogge violente. Sono benefici concreti, misurabili, che si traducono in minori costi sanitari, minori danni da dissesto, città più vivibili. Chi ha attraversato le ultime estati in un quartiere senza alberi sa bene di cosa si parla.
Colpisce, nel rapporto, anche il ruolo delle aree urbane. Le Città metropolitane hanno piantato complessivamente 1,48 milioni di alberi e arbusti con le risorse del Pnrr, e tra queste spiccano Reggio Calabria con 261mila alberi e Catania con 118mila, che ha completato in una sola stagione progetti fermi da tre anni. È una piccola lezione di metodo: quando le risorse ci sono e gli obiettivi sono chiari, anche le amministrazioni considerate più lente sanno accelerare. Il Mezzogiorno, spesso raccontato soltanto attraverso i ritardi, mostra qui una capacità di realizzazione che non andrebbe dimenticata.
Restano però zone d’ombra. Il rapporto segnala regioni rimaste senza nuovi impianti e il nodo dell’utilizzo dei fondi della politica agricola comune. E il divario tra le città resta ampio. Secondo i dati Istat sul verde urbano, Modena conta oltre 117 alberi ogni cento residenti, mentre Roma, pur ricchissima di parchi e riserve, si ferma a poco più di 11 e figura soltanto al settantaseiesimo posto. La quantità di verde complessivo, insomma, non coincide con la presenza di alberi nelle strade dove la gente vive, lavora, porta i figli a scuola.
C’è poi un aspetto economico che merita attenzione. Dietro ogni albero piantato c’è una filiera: vivai, aziende agricole, imprese di manutenzione del verde, agronomi, cooperative. Sono in gran parte piccole e medie imprese, radicate nei territori, che vivono di commesse pubbliche e private. Ma un albero non si esaurisce con la messa a dimora. Va curato, irrigato, potato, sostituito quando non attecchisce. Molti progetti del passato sono falliti proprio per l’assenza di manutenzione negli anni successivi, con piantine lasciate seccare al primo agosto senza pioggia.
Occorre allora che lo sforzo di questi anni non si esaurisca con la fine dei finanziamenti straordinari. Serve una programmazione pluriennale che preveda risorse certe anche per la cura degli impianti, non soltanto per la loro realizzazione. È necessario che i bandi siano accessibili alle piccole imprese del verde, valorizzandone le competenze locali e la conoscenza delle specie adatte a ciascun territorio. E va incoraggiato il coinvolgimento delle aziende private, che possono adottare aree verdi vicino ai propri stabilimenti. Piantare un albero è un gesto di fiducia nel futuro. Farlo crescere è una responsabilità che dura decenni.
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