
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Lo sguardo un po’ malinconico, un po’ ironico, che accoglie chi arriva in questi giorni al Flaminio è quello di Monica Vitti. L’immagine ufficiale della ventunesima Festa del Cinema di Roma, in corso fino al 25 ottobre all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone, rende omaggio a una delle figure più iconiche della storia del nostro cinema. È una scelta che dice molto. Monica Vitti è stata l’attrice dell’incomunicabilità di Antonioni e insieme la regina della commedia all’italiana: due anime di un cinema che ha saputo raccontare il Paese mentre cambiava, con profondità e con leggerezza.
Il programma di quest’anno tiene insieme le due cose. Ad aprire la Festa è stato “Il rumore delle cose nuove” di Paolo Genovese, mentre Javier Bardem riceverà a Roma il Premio alla Carriera. E c’è un gesto di memoria che merita di essere sottolineato: a vent’anni dalla morte di Gillo Pontecorvo nasce un premio a lui intitolato. Il regista della “Battaglia di Algeri” ricordava che il cinema serve anche a capire la storia. Non è poco, in un’epoca in cui la memoria collettiva si consuma alla velocità di un video di pochi secondi.
C’è un tratto che distingue la manifestazione romana da molti altri festival. È pensata anche per il grande pubblico, con proiezioni aperte a chiunque acquisti un biglietto. Non soltanto addetti ai lavori, dunque, ma studenti, pensionati, famiglie, appassionati che per qualche sera tornano in sala. Ed è proprio la sala il luogo che più ha sofferto negli ultimi anni, stretta tra la concorrenza delle piattaforme e le abitudini cambiate dopo la pandemia. Ogni occasione che riporta le persone davanti al grande schermo è, prima ancora che un evento culturale, un atto di fiducia verso un’esperienza condivisa.
Si guarda il tappeto rosso, si fotografano le star. Ma il cinema è soprattutto un’industria, e in larga parte un’industria di piccole imprese. Dietro ogni film ci sono centinaia di lavoratori e decine di aziende: noleggiatori di attrezzature, laboratori di post-produzione, sartorie teatrali, falegnami che costruiscono scenografie, società di catering e di trasporti, studi di doppiaggio. Sono realtà spesso familiari, con competenze artigianali raffinatissime, che lavorano a commessa e vivono di cicli produttivi irregolari. Quando un set si accende in una città, l’indotto si sente nei ristoranti, negli alberghi, nei negozi del quartiere.
È anche per questo che il cinema italiano va considerato un asset strategico, non un capitolo marginale delle politiche culturali. Racconta l’Italia nel mondo, alimenta il turismo dei luoghi in cui i film vengono girati, sostiene l’immagine del made in Italy con una forza che nessuna campagna pubblicitaria potrebbe eguagliare. Le nostre maestranze sono richieste dalle grandi produzioni internazionali proprio per la qualità del loro lavoro, maturata in decenni di tradizione.
Occorre che gli strumenti di sostegno al settore siano stabili, prevedibili e accessibili anche alle imprese più piccole della filiera, che spesso non hanno la struttura per districarsi tra bandi e procedure complesse. Serve un’attenzione particolare alle sale di prossimità, presidi culturali nei quartieri e nei piccoli centri. Ed è necessario investire nella formazione dei mestieri del cinema, perché quelle competenze si trasmettono in bottega, sul set, e rischiano di perdersi se non si rinnova il ricambio. Il volto di Monica Vitti ricorda da dove veniamo. La filiera che lavora dietro lo schermo decide dove andremo.
- Tre milioni e settecentomila alberi - 28 Ottobre 2026
- Il volto di Monica Vitti e l’industria che sta dietro lo schermo - 24 Ottobre 2026
- I palazzi aperti e il Paese che si riscopre - 22 Ottobre 2026





