
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
L’intelligenza artificiale rappresenta una delle discontinuità tecnologiche più profonde degli ultimi decenni. Non è semplicemente una nuova tecnologia: interviene direttamente sulle attività cognitive, ridefinendo il confine tra ciò che può essere automatizzato e ciò che resta appannaggio delle capacità umane. Per portata e diffusione, molti osservatori la paragonano a due passaggi storici che hanno cambiato l’economia mondiale: l’elettrificazione e l’avvento di internet.
Il dibattito economico resta tuttavia diviso. Da un lato vi sono interpretazioni ottimistiche, che vedono nell’IA uno shock positivo di offerta capace di generare un salto di produttività e di crescita. Dall’altro lato emergono analisi più caute, che sottolineano i rischi di sostituzione di alcune mansioni, di aumento delle diseguaglianze e di una distribuzione dei benefici non uniforme tra settori e territori. Le stime sull’impatto complessivo riflettono questa incertezza: su un orizzonte di dieci anni, la crescita aggiuntiva della produttività viene stimata in un intervallo molto ampio, che va da circa lo 0,06% annuo secondo lo studio di Daron Acemoglu fino a oltre l’1,3% annuo nelle valutazioni di Philippe Aghion e Céline Bunel.
La diffusione della tecnologia è rapida sul piano dell’attenzione pubblica, ma più lenta nella realtà dei processi produttivi. Circa un quarto delle organizzazioni globali sta sperimentando sistemi di “IA agentica”, cioè piattaforme basate su agenti autonomi capaci di svolgere compiti complessi. In molti casi, però, si tratta ancora di progetti pilota o applicazioni circoscritte che non hanno trasformato in modo strutturale l’organizzazione del lavoro.
Sul versante macroeconomico, gli investimenti in intelligenza artificiale stanno già incidendo sulla crescita degli Stati Uniti. Nel 2025 il settore tecnologico, strettamente legato allo sviluppo dell’IA, ha contribuito a circa il 45% della crescita del PIL statunitense, una quota più che doppia rispetto a quella registrata nell’era della bolla dot-com. Nei prossimi cinque anni sono stati annunciati investimenti superiori ai 2.800 miliardi di dollari, destinati in larga parte alla costruzione di data center e infrastrutture di calcolo. Il principale limite a questa espansione è rappresentato dal fabbisogno energetico: la crescente domanda di potenza computazionale potrebbe esercitare pressioni al rialzo sui prezzi dell’energia.
Un altro fattore che rallenta la diffusione dell’IA riguarda i cosiddetti “complementi organizzativi”. L’adozione della tecnologia richiede infatti una profonda riorganizzazione dei processi aziendali, investimenti nelle infrastrutture informatiche, formazione del personale e nuove competenze manageriali. Spesso sono proprio queste variabili – e non la tecnologia in sé – a rappresentare il vero collo di bottiglia dell’innovazione. L’incertezza sui ritorni economici, inoltre, può frenare gli investimenti in capitale intangibile necessari per sfruttare appieno il potenziale dell’IA.
Sul mercato del lavoro il quadro appare meno drammatico di quanto talvolta suggerisca il dibattito pubblico. Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale del lavoro, soltanto il 3,3% delle occupazioni attuali è completamente sostituibile da sistemi automatizzati. Più plausibile è uno scenario di trasformazione delle mansioni, con una ricomposizione delle competenze richieste. La fase di transizione potrebbe tuttavia generare un temporaneo disallineamento tra domanda e offerta di lavoro, con implicazioni rilevanti per le politiche formative e per la gestione dei percorsi professionali.
Le simulazioni economiche suggeriscono che l’intelligenza artificiale si comporterà come uno shock tecnologico con effetti permanenti sulla produttività, ma caratterizzato da una dinamica di diffusione lenta e non lineare. Il profilo più realistico è quello di una “J-curve”: un impatto iniziale modesto, seguito da un’accelerazione quando l’adozione della tecnologia si combina con riorganizzazione dei processi e investimenti complementari. Nelle fasi iniziali, come spesso accade nelle rivoluzioni tecnologiche, l’aumento della produttività può accompagnarsi a una riduzione temporanea delle ore lavorate.
Un’ultima questione riguarda la distribuzione dei benefici. L’intelligenza artificiale non produrrà effetti omogenei. Senza adeguate politiche pubbliche rischia di ampliare le diseguaglianze tra lavoratori ad alta e bassa qualificazione, tra settori più e meno innovativi e tra territori con diverse dotazioni infrastrutturali. La sfida non riguarda soltanto la tecnologia, ma la capacità dei sistemi economici di integrarla con capitale umano, investimenti e istituzioni adeguate.
- Il ritorno alla Luna e il bisogno di guardare oltre - 8 Aprile 2026
- Imprese, il doppio binario di digitale e sostenibilità - 15 Marzo 2026
- Donne, diritti e paura: il ritardo che non possiamo più nascondere - 14 Marzo 2026

