
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
C’è un dato, più di altri, che misura la distanza tra i principi proclamati e la vita reale: solo il 28 per cento delle donne italiane dice di sentirsi sicura camminando da sola di notte. È un numero che colpisce più di molte dichiarazioni, perché racconta una verità elementare: la libertà, per essere tale, deve poter essere esercitata senza paura.
L’indagine Swg/Win offre una fotografia che lusinghiera non è. In Italia la parità di genere continua a essere percepita come incompleta. Solo il 54 per cento ritiene che sia stata raggiunta nel lavoro, contro una media globale del 66 per cento. Nella vita domestica il dato sale al 56 per cento, ma resta ben al di sotto del 71 per cento registrato a livello mondiale. Non si tratta soltanto di statistiche: è il segno di una modernizzazione che resta parziale, discontinua, fragile.
Anche sul terreno della violenza il quadro non consente autoassoluzioni. Il 15 per cento delle donne italiane dichiara di aver subito nell’ultimo anno abusi fisici o psicologici. Le molestie sessuali colpiscono l’11 per cento delle donne, una quota doppia rispetto agli uomini. Sono numeri che descrivono una vulnerabilità diffusa, che non riguarda solo i casi estremi di cronaca, ma una quotidianità fatta di intimidazioni, soprusi, limitazioni spesso silenziose.
Il punto più amaro, però, è proprio quello della sicurezza percepita. Che in Italia una donna su quattro si senta sicura di notte, mentre nel resto del mondo la media arriva al 50 per cento, dice molto non solo sul tema dell’ordine pubblico, ma sul grado di civiltà di un Paese. Perché la sicurezza femminile non è una questione privata né una variabile statistica: è un indicatore della qualità dello spazio pubblico, dell’educazione, del rispetto, della tenuta stessa del patto sociale.
Per troppo tempo il tema della parità è stato confinato tra le buone intenzioni, le formule di circostanza, le celebrazioni rituali. Ma la realtà continua a presentare il conto. Se il lavoro resta un luogo di disparità, se la casa non è ancora uno spazio di equilibrio, se la strada continua a essere vissuta come un rischio, allora il problema non è marginale: è strutturale.
L’Italia, su questo terreno, appare più indietro di quanto ami raccontarsi. E forse la prima forma di serietà consiste proprio nel riconoscerlo. Non per indulgere al pessimismo, ma per capire che il nodo non si scioglie con slogan o campagne occasionali. Servono politiche, certo. Ma serve anche una trasformazione culturale più profonda, che tocchi l’educazione, i modelli relazionali, il linguaggio pubblico.
La parità di genere non si misura solo nelle leggi approvate. Si misura nella possibilità concreta, per una donna, di lavorare senza svantaggi, di vivere la propria casa in equilibrio, di attraversare una città senza sentirsi esposta. Finché questi diritti elementari resteranno incompiuti, ogni discorso sull’uguaglianza continuerà ad avere qualcosa di retorico.
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