
di Marco Salustri, Consigliere Nazionale Unimpresa con delega Fisco e Tributi
Maggio 2026 si sta rivelando un mese strano per il Fisco italiano. Da un lato c’è una rottamazione che non ingrana, dall’altro una cedolare secca sugli affitti brevi che incassa molto meno del previsto e, in mezzo, quasi in controtendenza, la dichiarazione precompilata che invece corre come mai prima. Tre fenomeni che convivono nello stesso sistema tributario ma sembrano raccontare tre Paesi diversi.
La rottamazione quinquies era stata annunciata come la misura di punta dell’anno. Doveva alleggerire milioni di contribuenti e dare ossigeno alla riscossione. Invece, almeno per ora, ha convinto poco: le adesioni si fermano a 1,8 milioni, appena il 23% della platea potenziale. Un dato che non sorprende chi conosce le dinamiche delle sanatorie italiane. Il perimetro ristretto, le esclusioni difficili da spiegare, i dubbi sui decaduti dalle precedenti rottamazioni e, soprattutto, il dibattito politico ancora aperto mentre la misura era in corso, hanno spinto molti contribuenti a fare ciò che in questi casi fanno sempre: aspettare. Perché aderire subito, se il Parlamento potrebbe allargare la platea o riaprire i termini? Così la quinquies rischia di diventare una misura a metà, destinata a essere ritoccata in corsa, come già si discute attorno al Decreto Fiscale 38/2026.
Il secondo fronte è quello degli affitti brevi. La cedolare secca al 26% sugli immobili, oltre il primo, era stata presentata come un intervento capace di colpire i “grandi gestori” del turismo breve. Il risultato, però, è un extragettito di appena 17 milioni di euro. Una cifra che ridimensiona molte narrazioni fiscali. I numeri dicono che la maggior parte dei proprietari ha un solo immobile e resta al 21%. I contribuenti con più unità sono molti meno del previsto e, chi rientra nella fascia più alta, ha trovato rapidamente soluzioni alternative: contratti transitori, comodati, sublocazioni e gestione frazionata tra più soggetti. Tutto legale e tutto prevedibile. La norma ha colpito un bersaglio piccolo immaginando fosse grande. E quando la norma non intercetta la realtà la realtà si adatta.
In questo quadro, quasi in controtendenza, la dichiarazione precompilata mostra un’Italia fiscale sorprendentemente dinamica. Per la campagna 2026 l’Agenzia delle Entrate ha caricato oltre 1,3 miliardi di dati: un’infrastruttura che cresce ogni anno e ingloba sempre più aspetti della vita economica dei contribuenti. Dalle spese sanitarie ai bonus nido, dai dati del fotovoltaico agli abbonamenti ai trasporti. Nel 2025 più di cinque milioni di persone hanno inviato il 730 da sole e, la modalità semplificata, è diventata la preferita. È un cambiamento culturale profondo: il contribuente non cerca più aiuto per compilare ma per capire. E questo sposta il ruolo dei professionisti dalla meccanica alla consulenza, dalla compilazione alla pianificazione.
Tre fenomeni ma tre direzioni opposte. Le misure pensate per “aiutare” i contribuenti – sanatorie, micro-aumenti, interventi selettivi – mostrano il fiato corto. Quelle pensate per semplificare e automatizzare, invece, funzionano. È un segnale chiaro: il Paese non vuole più interventi episodici, né strumenti emergenziali travestiti da riforme. Vuole stabilità, prevedibilità, digitalizzazione. Vuole sapere cosa succede oggi e, soprattutto, cosa succederà domani.





