
di Marco Salustri, Consigliere Nazionale Unimpresa con delega Fisco e Tributi
C’è un problema fiscale che non si misura in aliquote e che non compare in nessuna legge di bilancio. Eppure esiste e costa carissimo: è il tempo che ogni piccola impresa italiana è costretta a sprecare per capire semplicemente quanto deve pagare allo Stato.
Una micro-impresa si trova oggi a fare i conti con oltre 800 scadenze fiscali l’anno disseminate in decenni di decreti d’urgenza sovrapposti l’uno sull’altro. Non è una questione di pressione fiscale alta o bassa ma una struttura del diritto ossia di quella che qualcuno chiama la “grammatica” del fisco. E in Italia, quella grammatica, è diventata illeggibile.
Il costo amministrativo per gestire la burocrazia fiscale oscilla, per una PMI media, tra l’1 e il 2% del fatturato annuo. Questa cifra, che si traduce in circa 15.000-20.000 euro all’anno, è spesa non per produrre, non per assumere, non per innovare, ma semplicemente per “capire quanto si deve pagare”: consulenze esterne, software e ore sottratte al lavoro vero.
Moltiplicate questa cifra per i 4,4 milioni di piccole e medie imprese attive in Italia e ottenete un costo complessivo che supera i 30 miliardi di euro l’anno. Una vera e propria tassa occulta invisibile nei prospetti ministeriali ma concretissima nei bilanci aziendali e. oltretutto, regressiva per definizione: più l’impresa è piccola più pesa.
La proposta di Unimpresa, che torna ciclicamente in auge, è quella di una grande codificazione ovvero raccogliere le norme fiscali disperse in un unico corpus organico, un testo unico delle PMI, capace di fare chiarezza dove oggi regna la stratificazione e la confusione. L’obiettivo non è solo di ordine formale perché, dietro una riforma del genere, ci sono impatti macroeconomici concreti.
Il primo riguarda gli investimenti. L’incertezza normativa è, da sempre, uno dei principali deterrenti per chi vuole portare capitali in Italia. Sapere infatti che le regole del gioco potrebbero cambiare o, peggio, che non siano chiare in partenza, scoraggia e fa fuggire i capitali esteri. Una codificazione solida potrebbe portare a un incremento degli investimenti produttivi nell’ordine del 2 o 3% nel primo triennio di applicazione.
Il secondo effetto riguarda la produttività. Liberare il management delle PMI da una parte del peso burocratico, significa restituire tempo e il tempo, nelle piccole imprese, vale quasi quanto il capitale. Si stima che la semplificazione normativa potrebbe “restituire” alle imprese circa 100 milioni di ore lavorative l’anno a livello nazionale, ore che potrebbero essere reinvestite in innovazione, digitalizzazione e formazione.
Il terzo fronte è quello dell’evasione, o meglio di quella parte di evasione che non è scelta deliberata ma errore, incertezza o “legittima difesa burocratica” come la chiamano i commercialisti. Un sistema più chiaro è un sistema più difficile da violare per distrazione. Con un tax gap complessivo che in Italia si aggira tra gli 80 e i 90 miliardi di euro l’anno, anche un miglioramento parziale avrebbe effetti significativi sui conti pubblici.
Un aspetto che spesso viene trascurato nel dibattito sulla codificazione è che non basta raccogliere le norme. Bisogna anche dare certezza tecnica ai criteri di stima. È qui che entrano in gioco i Principi Italiani di Valutazione (PIV), la cui nuova edizione è attesa per il 2026. Integrarli nel Testo Unico significherebbe ridurre drasticamente il contenzioso con l’Agenzia delle Entrate su questioni legate alla valutazione degli asset aziendali. Queste controversie si trascinano per anni e che le PMI, quasi sempre, perdono per sfinimento più che per torto. Una riduzione dei contenziosi tecnici nell’ordine del 40% è considerata un obiettivo realistico.
Il paradosso di questa riforma è che, a differenza di un taglio alle tasse, non richiede coperture finanziarie. Riscrivere e ordinare le norme esistenti non svuota le casse pubbliche. Al contrario le riempie, attraverso una compliance più diffusa e un minor costo del contenzioso. Il ritorno economico, invece, sarebbe consistente: alcune stime parlano di un impatto diretto sul PIL nell’ordine dello 0,4-0,5 punti percentuali derivante dalla sola semplificazione normativa.
L’orizzonte temporale indicato per la piena entrata in vigore dei nuovi Testi Unici è il 2027 dopo le ultime proroghe. Non è vicino ma neanche lontanissimo. La domanda è se la volontà politica sarà all’altezza di una riforma che, sulla carta, conviene a tutti tranne forse a chi, nel disordine, ci ha costruito rendite di posizione.–
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