«Cinque morti sul lavoro in un solo giorno, dal Veneto alla Puglia, passando per Emilia-Romagna, Piemonte e Campania. Cinque tragedie, quelle di ieri, alle quali si aggiunge la morte di un altro operaio, deceduto dopo alcuni giorni di ricovero. È un bilancio drammatico, che colpisce profondamente e davanti al quale non possiamo limitarci a esprimere cordoglio e indignazione. Alle famiglie delle vittime va la nostra più sincera vicinanza. Ma il rispetto per queste persone impone soprattutto una riflessione seria sulle responsabilità collettive e sulle iniziative necessarie per impedire che simili tragedie continuino a ripetersi. I dati dell’Inail, con oltre 400mila denunce di infortunio in occasione di lavoro nei primi otto mesi del 2026, in aumento del 5,4% rispetto allo scorso anno, e il bilancio di oltre 700 vittime dall’inizio dell’anno, restituiscono la dimensione di un’emergenza che non può essere considerata una fatalità. La tutela della vita umana non è un costo da sopportare, ma il primo investimento che una società civile e un’economia moderna hanno il dovere di compiere. Su questo principio non possono esserci compromessi, perché nessun risultato economico può giustificare una vita perduta. Dietro ogni numero ci sono una famiglia, una storia, un progetto di vita interrotto. Le piccole e medie imprese costituiscono l’ossatura della nostra economia, ma non sempre dispongono delle risorse finanziarie, organizzative e professionali necessarie per affrontare investimenti complessi. Per questo è indispensabile rafforzare gli incentivi alla prevenzione, sostenere l’ammodernamento dei macchinari, favorire l’adozione delle nuove tecnologie e rendere più accessibile la formazione continua. Semplificare gli adempimenti, senza indebolire le tutele, significa liberare energie e risorse da destinare alla sicurezza effettiva dei lavoratori. Lo Stato deve essere rigoroso nei controlli, ma deve anche saper accompagnare le imprese, soprattutto quelle più piccole, in un percorso di miglioramento continuo». Lo dichiara il consigliere nazionale di Unimpresa con delega alla sicurezza sul lavoro e presidente dell’associazione Assidal, Giuseppe Ciarcelluto.
«È una questione che riguarda la coscienza del Paese, la dignità del lavoro e, in definitiva, il modello di sviluppo che vogliamo costruire. Dobbiamo evitare che la sicurezza diventi un terreno sul quale si accentuano le differenze tra grandi aziende e piccole realtà produttive. Non servono nuove contrapposizioni tra imprese e lavoratori, né una rincorsa a provvedimenti dettati dall’emozione del momento, destinati spesso a esaurire i propri effetti quando si spegne l’attenzione dell’opinione pubblica. Serve, piuttosto, una responsabilità condivisa, accompagnata da scelte concrete, risorse adeguate e una strategia di lungo periodo. La sicurezza non può essere affidata soltanto alle sanzioni e ai controlli, che restano indispensabili: deve diventare parte integrante dell’organizzazione del lavoro, della formazione professionale e della cultura d’impresa. Occorre passare dalla logica dell’adempimento formale a quella della prevenzione sostanziale, nella consapevolezza che rispettare una norma non significa necessariamente aver eliminato ogni rischio. E occorre anche interrogarsi sull’efficacia degli strumenti esistenti, perché l’aumento degli infortuni denunciati ci impone di verificare dove il sistema di prevenzione non riesce ancora a funzionare come dovrebbe. Il governo, il Parlamento, le parti sociali e le associazioni imprenditoriali devono trovare su questo terreno una capacità di collaborazione che vada oltre le appartenenze e le differenze» osserva Ciarcelluto.





