
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
A Bangkok, dove si sono riuniti per le assemblee annuali il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, i banchieri centrali hanno parlato la lingua prudente dei tempi incerti. Christine Lagarde ha invitato alla cautela sui rincari energetici legati alla guerra in Iran; il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha chiesto banche centrali indipendenti di fronte agli shock dell’energia. Sono messaggi diversi nel tono, ma convergenti nella sostanza: nessuno sa con certezza quanto durerà questa fase, e ogni decisione sui tassi si prende ormai guardando più alle petroliere nello Stretto di Hormuz che ai dati sui consumi.
Il quadro di partenza è noto. Nel 2026 la Bce ha rialzato i tassi due volte, a giugno e il 10 settembre, portando il tasso sui depositi al 2,50 per cento e quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65. Le proiezioni di Francoforte indicano un’inflazione media del 3 per cento quest’anno, del 2,5 nel 2027 e del 2,1 nel 2028, con una crescita dell’area euro allo 0,9 per cento nel 2026. In vista della riunione del 29 ottobre, i mercati considerano una pausa quasi certa. È un’attesa ragionevole, ma la domanda vera riguarda il dopo.
Il dilemma della politica monetaria in questa stagione è antico quanto le crisi petrolifere degli anni Settanta. Un rincaro dell’energia è uno shock d’offerta: fa salire i prezzi e, contemporaneamente, frena l’economia. Una banca centrale che alza i tassi per contenere l’inflazione rischia di aggravare il rallentamento senza incidere sulla causa del problema, perché il costo del denaro non fa scendere il prezzo del gas. La stessa Lagarde lo ha riconosciuto in più occasioni: la Bce non può abbassare direttamente i prezzi dell’energia, ma deve impedire che i rincari si trasmettano a salari, aspettative e prezzi in modo duraturo. È una distinzione sottile, che si gioca sui tempi e sulla misura.
Per le imprese italiane, e in particolare per quelle piccole, la distinzione si traduce in numeri molto concreti. Le piccole e medie aziende si finanziano quasi esclusivamente attraverso il credito bancario: non emettono obbligazioni, non accedono ai mercati dei capitali, non dispongono di riserve di liquidità paragonabili a quelle dei grandi gruppi. Ogni rialzo dei tassi di riferimento arriva in filiale nel giro di poche settimane, sotto forma di spread più alti sui fidi, rate più pesanti sui finanziamenti a tasso variabile, condizioni più rigide per i nuovi prestiti. Si sommano, nello stesso bilancio, il costo dell’energia e il costo del denaro, mentre la domanda interna resta debole.
Il richiamo all’indipendenza delle banche centrali è giusto e va sottoscritto senza riserve. Una Bce soggetta a pressioni politiche perderebbe credibilità, e un’inflazione fuori controllo sarebbe la tassa più iniqua per famiglie e imprese. Ma indipendenza non significa insensibilità. Significa decidere con la consapevolezza degli effetti che le scelte monetarie producono sulle diverse parti dell’economia europea, che non sono uguali tra loro. Un Paese come l’Italia, con un sistema produttivo fatto di piccole imprese e fortemente dipendente dal gas importato, subisce lo shock energetico e la stretta monetaria con un’intensità maggiore rispetto ad altri partner.
È auspicabile che la Bce confermi la pausa e mantenga un approccio graduale, fondato sui dati e attento alla trasmissione della politica monetaria al credito. Occorre inoltre che Francoforte vigili sulle condizioni di finanziamento delle piccole imprese, un indicatore troppo spesso trascurato nelle analisi aggregate. E serve che il governo affianchi alla disciplina di bilancio strumenti di garanzia pubblica capaci di attenuare l’effetto dei tassi più alti sulle aziende sane. A Bangkok si discute di scenari globali. Ma è nelle filiali di provincia che quegli scenari diventano decisioni: investire o rinviare, assumere o aspettare.
- Lagarde a Bangkok e il conto che arriva in filiale - 2 Novembre 2026
- Da Milano a Francoforte, la banca che l’Europa non aveva - 29 Ottobre 2026
- Le auto cinesi e il tempo che l’Europa si è comprata - 26 Ottobre 2026





