
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Per un quarto di secolo l’unione bancaria europea è stata soprattutto un capitolo dei trattati e dei convegni. Si sono costruiti la vigilanza unica, il meccanismo di risoluzione, regole comuni sul capitale. Mancava la cosa più semplice e più difficile: una grande aggregazione tra banche di Paesi diversi. Il via libera della Banca centrale europea a UniCredit, autorizzata a superare la soglia del 30 per cento di Commerzbank e a salire ulteriormente senza limiti, segna su questo terreno una svolta che va oltre la cronaca finanziaria.
Il percorso è stato lungo e tutt’altro che lineare. L’offerta pubblica di scambio conclusa in estate aveva portato la partecipazione dell’istituto di Piazza Gae Aulenti al 47,59 per cento del capitale, con adesioni superiori alle attese. Ora, completati gli ultimi passaggi regolamentari, la banca guidata da Andrea Orcel dovrebbe disporre entro la fine dell’anno di circa la metà dei diritti di voto e assumere il controllo dell’istituto di Francoforte a partire dal 2027. Resta la posizione del governo federale tedesco, che detiene ancora circa il 13 per cento e continua a chiedere tutele per il sistema Paese.
Quelle resistenze meritano rispetto, perché toccano un nervo che anche noi italiani conosciamo bene. Le banche non sono imprese come le altre: raccolgono il risparmio delle famiglie, finanziano le aziende, conoscono i territori. Ogni Paese tende a considerarle un presidio di sovranità, e la storia del credito italiano è piena di battaglie combattute in nome dell’italianità delle banche. Colpisce, semmai, che questa volta sia un gruppo italiano a muoversi in Germania, rovesciando un copione che per decenni ci ha visti nella posizione di chi teme di essere acquisito.
C’è però un argomento che va oltre l’orgoglio nazionale. L’economia europea ha bisogno di banche di dimensione continentale, capaci di competere con i colossi americani e di finanziare la transizione energetica, la difesa, l’innovazione. Un mercato bancario frammentato in ventisette sistemi nazionali è meno efficiente, più costoso, più esposto agli shock. Se l’Europa vuole davvero essere sovrana, come ripetono i suoi leader a ogni vertice, deve accettare che il capitale circoli anche quando attraversa i confini.
Per le piccole e medie imprese, tuttavia, le grandi fusioni hanno sempre avuto un rovescio della medaglia. Nelle aggregazioni domestiche degli ultimi vent’anni abbiamo visto chiudere sportelli, accentrare le decisioni, sostituire il direttore di filiale con un algoritmo di rating. Il credito si è allontanato dai territori proprio mentre le aziende ne avevano più bisogno. Una banca più grande non è automaticamente una banca migliore per chi ha dieci dipendenti e un fido da rinnovare. Il rischio è che la dimensione europea porti con sé modelli di valutazione standardizzati, poco adatti a leggere la realtà di un’impresa artigiana o di una piccola azienda familiare.
La sfida, dunque, non riguarda soltanto Milano e Francoforte, ma la qualità del credito che un gruppo di questa taglia saprà offrire. Le banche di grandi dimensioni dispongono di capitale, tecnologia, capacità di accompagnare le imprese sui mercati esteri: tutte risorse preziose per le aziende che esportano. Possono anche permettersi di investire nella relazione con il territorio, se lo considerano un valore e non un costo da comprimere.
L’operazione merita interesse e attenzione insieme. Va riconosciuto che rappresenta un passo concreto verso quell’integrazione finanziaria che la politica europea non è riuscita a realizzare per via legislativa. Occorre però che la crescita dimensionale si accompagni all’impegno a mantenere strutture decisionali vicine alle imprese, filiere di credito dedicate alle piccole aziende e trasparenza nei criteri di valutazione. L’Europa ha finalmente una banca transnazionale. Ora deve dimostrare che serve anche a chi lavora nelle province.
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