
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Non ce ne stiamo accorgendo, ma c’è una trasformazione che attraversa la vita quotidiana con una discrezione solo apparente, ma con effetti sempre più evidenti. È la progressiva normalizzazione dell’aggressività. Non quella straordinaria, che fa notizia, ma quella ordinaria, che si insinua nei gesti, nelle parole, nelle reazioni.
Gli episodi che negli ultimi giorni hanno occupato le cronache – nelle strutture sanitarie, nei trasporti pubblici, negli spazi della vita comune – non sono anomalie. Sono segnali. Indicano uno spostamento più profondo: un cambiamento nella percezione del conflitto.
Ciò che colpisce non è soltanto la frequenza, ma la rapidità con cui si passa dalla tensione alla reazione. Il tempo della mediazione sembra essersi accorciato. La parola cede il passo all’impulso. Il disaccordo si trasforma in scontro con una facilità che, fino a qualche tempo fa, appariva meno diffusa.
Non è un fenomeno che nasce improvvisamente. Si alimenta nel tempo, attraverso un clima generale in cui il confronto si irrigidisce, si polarizza, perde sfumature. La dimensione pubblica, anche nei suoi registri più elevati, ha progressivamente abbassato la soglia del linguaggio, contribuendo a rendere accettabili forme di espressione un tempo marginali.
Ma sarebbe riduttivo attribuire tutto a una questione di modelli. Esiste una fatica più profonda, una tensione diffusa che attraversa diversi ambiti della vita sociale. Una combinazione di incertezze, pressioni, aspettative disattese. L’aggressività diventa, in questo senso, una valvola di sfogo, tanto quanto un segnale di fragilità.
Il rischio maggiore non è l’episodio in sé. È l’assuefazione. Quando la violenza, anche minima, smette di sorprendere. Quando entra nel registro dell’ordinario. In quel passaggio, silenzioso ma decisivo, si modifica il modo stesso di stare insieme.
Recuperare un equilibrio non significa negare il conflitto, ma restituirgli forme e limiti. Perché una società che perde la capacità di contenere la propria aggressività finisce per logorare le basi della convivenza.
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