
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Tra il 7 e il 17 settembre, in un ordine scandito dalle diverse delibere regionali, oltre sette milioni di studenti italiani sono tornati o torneranno tra i banchi. È un rito che si ripete ogni anno con la stessa cadenza stagionale, eppure quest’anno porta con sé alcuni elementi che meritano un’attenzione diversa dal solito. Non tanto per la data del rientro, quanto per ciò che cambia dentro le aule: nuovi programmi per il primo ciclo di istruzione, un ritorno più deciso alla scrittura in corsivo e alla memorizzazione delle poesie, un’introduzione più strutturata dell’informatica fin dalla scuola dell’infanzia.
Ma il dato che più merita di essere sottolineato riguarda la dispersione scolastica, quel fenomeno di abbandono precoce degli studi che per anni ha rappresentato una delle piaghe più resistenti del sistema educativo italiano. Il rapporto Invalsi 2026 registra un netto miglioramento: dall’11,5% del 2022 si è passati all’8,2% rilevato dall’Istat nel 2025, con una stima che per quest’anno potrebbe portare l’indicatore fino al 7,3%. Sono numeri che, se confermati, segnerebbero un progresso strutturale, non episodico, in un ambito nel quale l’Italia ha storicamente scontato un ritardo significativo rispetto alla media europea.
Non è un dettaglio da addetti ai lavori. La dispersione scolastica non è soltanto un indicatore statistico: è la misura più diretta di quante energie, quanti talenti, quante possibilità di futuro il Paese lascia disperdersi lungo il percorso educativo. Ogni ragazzo che abbandona precocemente gli studi rappresenta un costo sociale che si misura non solo in termini di mancata realizzazione personale, ma anche di produttività, di innovazione, di competitività complessiva del sistema economico che quel ragazzo, da adulto, avrebbe potuto contribuire a costruire. Il rapporto AlmaLaurea, del resto, quantifica in modo puntuale questo legame: ogni punto in più nel punteggio di diploma si traduce in uno 0,6% di vantaggio occupazionale aggiuntivo per chi entra nel mondo del lavoro.
Per le piccole e medie imprese, che rappresentano l’ossatura produttiva del Paese e che da sempre lamentano difficoltà crescenti nel reperire figure tecniche e professionali adeguatamente formate, il miglioramento dei tassi di completamento scolastico non è una notizia neutra. Significa, nel medio periodo, una platea più ampia di giovani che arrivano al diploma con competenze di base solide, pronti a intraprendere percorsi di formazione tecnica e professionale che il tessuto produttivo diffuso richiede con crescente urgenza. La riduzione della dispersione scolastica, in altre parole, è anche una politica industriale, per quanto indiretta e di lungo respiro.
Resta, naturalmente, la cautela necessaria di fronte a ogni dato che segnala un miglioramento. Le statistiche nazionali, per loro natura, tendono ad appiattire differenze territoriali che in Italia restano marcate: il divario tra Nord e Sud nella dispersione scolastica, così come in molti altri indicatori sociali ed economici, continua a rappresentare una delle fratture strutturali più difficili da ricomporre. Un dato medio nazionale in miglioramento può convivere, e spesso convive, con situazioni locali ancora drammaticamente distanti dagli obiettivi europei in materia di abbandono scolastico.
C’è, infine, un elemento che riguarda più da vicino il metodo con cui si affrontano le riforme educative. I nuovi programmi introdotti quest’anno, dal ritorno del corsivo alla centralità della narrazione nella scuola dell’infanzia, riflettono una scelta pedagogica precisa, che privilegia il recupero di alcune competenze di base ritenute erose dall’uso pervasivo degli strumenti digitali fin dalla prima infanzia. È una scelta che meriterà di essere valutata nei prossimi anni sulla base dei risultati concreti, più che sulla base delle intenzioni dichiarate. Ma il fatto che il sistema educativo italiano provi, con una certa continuità, a correggere la propria rotta sulla base dei dati raccolti è di per sé un segnale che vale la pena registrare con un cauto ottimismo.
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