
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Settantadue ore per le prestazioni urgenti, dieci giorni per la classe B, trenta giorni per le visite specialistiche, fino a centoventi giorni per le prestazioni di classe P. Sono le soglie temporali fissate dal nuovo Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2026-2028, che le Regioni stanno traducendo in piani aziendali di recupero da adottare entro il 14 settembre. È un impianto tecnicamente dettagliato, con classi di priorità, obblighi di recall per contrastare gli appuntamenti disertati e percorsi di tutela per chi non riesce a ottenere una prestazione entro i tempi previsti nel proprio territorio. Resta da vedere se la struttura normativa, per quanto accurata, riuscirà a colmare un divario che negli ultimi anni ha eroso in modo significativo la fiducia dei cittadini italiani nel sistema sanitario pubblico.
Il caso della Puglia, che ha avviato la Fase 2 del proprio piano regionale con 25 milioni di euro dedicati, offre un’indicazione utile sul metodo che si sta affermando a livello nazionale: la Fase 1 aveva fissato l’obiettivo di recuperare oltre 124mila prestazioni fuori soglia, un target che i dati del primo semestre indicano come superato. È un segnale incoraggiante, che dimostra come interventi mirati e monitorati possano produrre risultati misurabili in tempi relativamente contenuti. Ma un risultato positivo in una singola regione non risolve un problema che resta profondamente disomogeneo sul territorio nazionale, con differenze marcate tra Nord e Sud che il Piano nazionale prova ad affrontare, senza però poter intervenire sulle cause strutturali che generano quelle differenze: la carenza di personale medico e infermieristico, la distribuzione ineguale delle strutture specialistiche, le risorse economiche a disposizione dei singoli sistemi sanitari regionali.
Il tema delle liste d’attesa non è soltanto una questione di efficienza amministrativa, per quanto rilevante. È un tema che tocca direttamente la produttività del Paese e il benessere delle famiglie italiane, in un intreccio che il dibattito pubblico tende a sottovalutare. Chi rinuncia a una visita specialistica per tempi di attesa incompatibili con i propri impegni lavorativi, o chi si trova costretto a rivolgersi al circuito privato sostenendo costi che il proprio reddito a fatica permette, sta vivendo un fallimento del principio di universalità che dovrebbe caratterizzare il servizio sanitario nazionale. Per i lavoratori dipendenti delle piccole imprese, spesso privi di forme di assistenza sanitaria integrativa che nelle grandi aziende sono ormai diffuse, questo problema si traduce in giornate di lavoro perse, in rinunce alla prevenzione, in un peggioramento delle condizioni di salute che a lungo andare pesa anche sulla sostenibilità del sistema.
L’introduzione di strumenti come i RAO, i raggruppamenti di attesa omogenei per i ricoveri, e la distinzione più netta tra primo accesso e accessi successivi gestiti direttamente dallo specialista, rappresentano scelte tecniche condivisibili, orientate a razionalizzare un sistema che negli anni ha accumulato inefficienze di percorso oltre che carenze di risorse. Ma la vera misura del successo di questo piano si vedrà nei prossimi mesi, quando i piani aziendali dovranno tradursi in appuntamenti effettivamente onorati nei tempi previsti, non soltanto in documenti di programmazione ben scritti. La fiducia dei cittadini nella sanità pubblica, una volta erosa, si ricostruisce lentamente e richiede risultati concreti e verificabili, non soltanto l’annuncio di nuovi piani che si sommano a quelli, non sempre rispettati, degli anni precedenti. Unimpresa continuerà a seguire con attenzione l’attuazione di queste misure, nella convinzione che un sistema sanitario pubblico efficiente sia una precondizione, non un accessorio, per la competitività e il benessere del tessuto produttivo italiano.
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