Nel 2025 gli acquisti italiani dalla Cina hanno raggiunto il massimo storico, con un aumento del 17,2% sul 2024. Le importazioni manifatturiere sono cresciute del 20,1%, mentre l’export manifatturiero italiano verso Pechino è diminuito del 7,2%. Nei primi sette mesi del 2025 il divario è stato ancora più netto: import +29,3%, export -10,5% e deficit bilaterale salito da 19,1 a 28,4 miliardi. Macchinari, automotive, elettronica e apparecchiature elettriche sono al centro della nuova competizione industriale. Spadafora: «Non servono barriere indiscriminate, ma una politica industriale europea che metta le PMI nelle condizioni di competere»
La nuova pressione industriale cinese arriva direttamente nel cuore della manifattura italiana. Nel 2025 il valore delle importazioni italiane dalla Cina ha raggiunto il livello più elevato mai registrato, crescendo del 17,2% rispetto al 2024 e superando del 4,3% anche il precedente massimo del 2022. Ancora più marcato l’aumento degli acquisti di prodotti manifatturieri cinesi, +20,1%, mentre nello stesso anno le esportazioni manifatturiere italiane verso la Cina sono diminuite del 7,2%.
È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa sui dati relativi al commercio internazionale, secondo la quale l’accelerazione delle importazioni dalla Cina si è concentrata tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, in una fase caratterizzata da una profonda riorganizzazione degli scambi internazionali e delle catene produttive. Il fenomeno assume una dimensione ancora più significativa osservando i primi sette mesi del 2025.
Le importazioni italiane dalla Cina sono passate da 28,4 a 36,7 miliardi di euro, con un aumento del 29,3%, mentre le esportazioni italiane sono scese da 9,25 a 8,28 miliardi, con una diminuzione del 10,5%. Il deficit commerciale dell’Italia nei confronti di Pechino è così aumentato da 19,1 a 28,4 miliardi, quasi 9,3 miliardi in più in appena dodici mesi. La questione non è però soltanto quantitativa. Sta cambiando la qualità della concorrenza cinese.
La rapida espansione della manifattura ad alta tecnologia, le politiche orientate a una maggiore autonomia industriale e il miglioramento della competitività di prezzo stanno progressivamente modificando la struttura delle esportazioni cinesi. Pechino non compete più soltanto attraverso produzioni standardizzate e a basso costo, ma sta risalendo la catena del valore verso beni più avanzati e tecnologicamente complessi. Il vero cambiamento riguarda quindi i settori nei quali si concentra la competizione.
Macchinari, mezzi di trasporto, automotive, apparecchiature elettriche ed elettronicarappresentano alcuni dei comparti nei quali la sovrapposizione tra produzione cinese e manifattura europea sta diventando più evidente. Per l’Italia si tratta di un passaggio particolarmente delicato, perché proprio la specializzazione manifatturiera e la presenza di una fitta rete di piccole e medie imprese costituiscono uno dei principali punti di forza del sistema produttivo nazionale.
«La Cina non può più essere osservata soltanto come la grande fabbrica mondiale dei prodotti a basso costo. La trasformazione degli ultimi anni è assai più profonda: le imprese cinesi stanno salendo rapidamente lungo la catena del valore e incontrano sempre più spesso le nostre aziende negli stessi mercati e sugli stessi prodotti. Per un Paese manifatturiero come l’Italia è un cambiamento che merita grande attenzione, soprattutto perché la struttura produttiva nazionale poggia su una rete straordinariamente ampia di piccole e medie imprese. La risposta, tuttavia, non può essere una politica di chiusura indiscriminata. La Cina resta un mercato, un fornitore e un interlocutore industriale di enorme importanza. Occorre piuttosto ristabilire condizioni che consentano alle imprese europee di competere, intervenendo sul costo dell’energia, sull’accesso al credito, sugli investimenti tecnologici, sulla ricerca, sulla produttività e sulla disponibilità delle materie prime strategiche. La politica commerciale può difendere il mercato da distorsioni accertate, ma non può sostituire una politica industriale. La questione decisiva riguarda le PMI. Una grande impresa dispone normalmente delle risorse necessarie per diversificare mercati, fornitori e investimenti; una piccola azienda ha margini assai più ridotti. L’Europa dovrebbe evitare che la transizione verso una competizione globale sempre più tecnologica determini una selezione basata esclusivamente sulla dimensione aziendale. Difendere la manifattura significa anzitutto permetterle di innovare e crescere» osserva il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora.
Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato dati Bce e Istat, la trasformazione in corso presenta caratteristiche molto diverse rispetto alla prima grande fase dell’espansione cinese nell’economia mondiale. Allora la pressione competitiva era legata soprattutto all’enorme disponibilità di beni manifatturieri a basso costo. Oggi il quadro è più complesso: rapida espansione della manifattura ad alta tecnologia, maggiore autonomia industriale e crescente competitività sui prezzi stanno spostando la produzione cinese verso segmenti nei quali operano tradizionalmente le economie manifatturiere europee. Il risultato è una progressiva sovrapposizione tra produzioni cinesi ed europee. Macchinari e mezzi di trasporto sono tra i principali protagonisti di questa convergenza, alimentata dallo sviluppo dell’automotive cinese e dal passaggio verso beni più avanzati e ad alta intensità tecnologica. La Cina sta quindi entrando più profondamente in comparti che negli ultimi decenni hanno rappresentato una delle principali fonti di crescita dell’industria europea e italiana.
NEL 2025 IMPORT DALLA CINA AI MASSIMI
Il dato italiano rende concreta la dimensione del cambiamento. Nel 2024l’interscambio Italia-Cina era stato pari a circa 64,8 miliardi di euro, con 15,2 miliardi di esportazioni italiane e 49,5 miliardi di importazioni. Il deficit commerciale italiano era quindi nell’ordine dei 34,3 miliardi. Rispetto al 2019, quando l’Italia importava dalla Cina 31,7 miliardi ed esportava 13 miliardi, la crescita degli acquisti da Pechino è stata particolarmente rilevante. Nel 2025 si registra un ulteriore salto: il valore delle importazioni italiane dalla Cina cresce del 17,2% rispetto al 2024, raggiungendo il massimo storico e superando del 4,3% anche il precedente picco del 2022. Applicando la variazione annuale ai circa 49,5 miliardi del 2024, gli acquisti italiani dalla Cina nel 2025 si collocano nell’ordine dei 58 miliardi di euro. Quest’ultimo valore rappresenta una stima aritmetica del Centro studi di Unimpresa sulla base della variazione annuale.
LA MANIFATTURA È IL CUORE DEL FENOMENO
Ancora più significativo è il dato manifatturiero. Nel 2025 gli acquisti italiani di prodotti manifatturieri dalla Cina sono aumentati del 20,1%; nei primi sette mesi dell’anno la crescita aveva raggiunto il 29,1%. Sul versante opposto, l’export manifatturiero italiano verso la Cina ha chiuso il 2025 in diminuzione del 7,2%. La contrazione era stata del 10,5% tra gennaio e luglio, per poi attenuarsi nella seconda parte dell’anno. La combinazione dei due fenomeni è il cuore dell’analisi: più prodotti manifatturieri cinesi entrano nel mercato italiano mentre diminuiscono le vendite manifatturiere italiane sul mercato cinese. Non si tratta quindi soltanto dell’aumento delle importazioni, ma di un progressivo ampliamento dello squilibrio tra le due direzioni dell’interscambio.
MACCHINARI, IL DEFICIT SUPERA I 2 MILIARDI
I dati settoriali dei primi sette mesi del 2025 mostrano con particolare chiarezza il fenomeno nei macchinari. Le esportazioni italiane verso la Cina di macchinari e apparecchiature sono diminuite del 10%, passando da circa 2,09 a 1,88 miliardi di euro. Nella direzione opposta, le importazioni di macchinari cinesi sono aumentate del 16,1%, da 3,48 a 4,03 miliardi. Il saldo settoriale è così passato da un disavanzo di circa 1,39 miliardi a oltre 2,15 miliardi di euro. In dodici mesi, dunque, il deficit commerciale nei macchinari si è ampliato di circa 760 milioni, con un incremento superiore al 50%. È uno dei dati più significativi dell’intera analisi perché riguarda direttamente un comparto nel quale l’industria italiana vanta una consolidata specializzazione internazionale.
ELETTRONICA, QUASI 4 MILIARDI DI IMPORT IN SETTE MESI
Un altro squilibrio rilevante riguarda computer, elettronica, ottica e apparecchi di misurazione. Nei primi sette mesi del 2025 le importazioni dalla Cina hanno raggiunto circa 3,95 miliardi di euro, contro esportazioni italiane per appena 335 milioni. Il saldo negativo supera quindi 3,6 miliardi. Anche le apparecchiature elettriche presentano un forte squilibrio: circa 3,41 miliardi di importazioni dalla Cina contro 309 milioni di esportazioni italiane, con un deficit superiore a 3,1 miliardi. Non si tratta più, dunque, soltanto dei tradizionali beni di consumo: una parte consistente della relazione commerciale interessa ormai tecnologia, componentistica, macchinari e beni intermedi, prodotti che entrano direttamente nelle catene produttive italiane.
AUTOMOTIVE, IMPORT +41,5%
La dinamica appare ancora più evidente nell’automotive. Nei primi sette mesi del 2025 l’Italia ha esportato in Cina autoveicoli, rimorchi e semirimorchi per circa 296 milioni di euro, il 22,6% in menorispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le importazioni dalla Cina sono invece balzate da circa 1,13 a 1,60 miliardi, con un incremento del 41,5%. Il deficit del comparto è conseguentemente salito da circa 749 milioni a 1,30 miliardi di euro. Significa un peggioramento di oltre mezzo miliardo in appena sette mesi. Anche negli altri mezzi di trasporto la dinamica è molto accentuata: nello stesso periodo le importazioni sono cresciute del 62,4%, mentre l’export italiano è diminuito del 20,2%.
NON È SOLO UNA QUESTIONE DI IMPORTAZIONI
Limitare l’analisi alle merci cinesi che entrano in Italia significherebbe tuttavia cogliere soltanto una parte della trasformazione. Il secondo fenomeno riguarda infatti la capacità della Cina di produrre internamente beni che in passato venivano acquistati dalle economie industrializzate. La crescita della capacità produttiva cinese, in particolare nei macchinari e nei mezzi di trasporto, riduce potenzialmente gli spazi disponibili per i fornitori stranieri. La Cina diventa così contemporaneamente un concorrente più forte e, per alcuni prodotti industriali, un mercato più difficile da penetrare. È una trasformazione particolarmente importante per le imprese italiane perché incide sia sulla capacità di vendere direttamente sul mercato cinese sia sulla concorrenza esercitata dai produttori di Pechino nel resto del mondo.
LA TERZA FRONTIERA: LA COMPETIZIONE SUI MERCATI MONDIALI
C’è infatti una terza dimensione, probabilmente la più importante nel medio periodo. La concorrenza cinese non si esercita soltanto sul mercato italiano o su quello cinese. Le aziende italiane e cinesi si incontrano quotidianamente sui mercati terzi: Asia, Medio Oriente, America Latina, Africa, Stati Uniti e resto d’Europa. Nei mercati maggiormente sensibili al prezzo le imprese cinesi possono contare su vantaggi di costo e su gamme produttive sempre più ampie. Per le aziende italiane la conseguenza non è necessariamente soltanto la perdita di una commessa o di una quota di mercato. La pressione competitiva può manifestarsi attraverso una riduzione dei prezzi, con conseguente compressione dei margini. Per una PMI questo aspetto è particolarmente delicato. Un’impresa può continuare a esportare quantità significative e trovarsi comunque in difficoltà se, per difendere il mercato, deve progressivamente sacrificare redditività e capacità di investimento.
GLI STATI UNITI RESTANO UNA GRANDE OPPORTUNITÀ
Esiste però anche un versante positivo. Negli ultimi anni le imprese europee hanno dimostrato di poter aumentare la propria presenza negli Stati Uniti, soprattutto nei settori a maggiore valore aggiunto. È una dinamica importante perché mostra che la maggiore competitività cinese non determina automaticamente una perdita di terreno per l’industria europea in tutti i mercati. Per l’Italia la risposta alla concorrenza cinese non può quindi essere ricercata esclusivamente nel costo del prodotto. Specializzazione, qualità, innovazione, tecnologia, servizio e capacità di presidiare le fasce più elevate delle catene globali del valorerappresentano gli strumenti attraverso i quali la manifattura italiana può difendere quote di mercato e margini.
NEL 2026 RIPARTE L’EXPORT ITALIANO VERSO LA CINA
I dati più recenti impongono, peraltro, di evitare una lettura unidirezionale. Nel maggio 2026 le esportazioni italiane verso la Cina sono cresciute del 24,1% rispetto allo stesso mese del 2025; a giugno l’aumento è stato del 19,1% e a luglio del 27,6%. A giugno, tuttavia, anche le importazioni italiane dalla Cina risultavano in forte crescita, +20,5% su base annua. I dati mensili del 2026 mostrano quindi una ripresa della capacità dell’Italia di vendere sul mercato cinese, ma contemporaneamente confermano la forza dei flussi commerciali nella direzione opposta. La fotografia è dunque più complessa di quella suggerita dal solo deficit commerciale: l’interscambio resta intenso, l’export italiano può registrare accelerazioni significative, ma la trasformazione della struttura industriale cinese aumenta progressivamente la sovrapposizione con alcune specializzazioni produttive italiane.
Il punto centrale che emerge dall’analisi è che la concorrenza cinese è entrata in una fase nuova. Non riguarda più soltanto la quantità di prodotti a basso costo provenienti dalla Cina, ma la progressiva convergenza tra le specializzazioni produttive cinesi e quelle delle economie manifatturiere europee. Macchinari, automotive, apparecchiature elettriche, elettronica e beni di investimento sono precisamente i comparti nei quali si gioca una parte crescente della competizione. Per l’Italia la sfida è particolarmente delicata. Il modello manifatturiero nazionale è basato su una moltitudine di imprese piccole e medie, spesso altamente specializzate e fortemente orientate all’export. La concorrenza cinese può quindi esercitare pressione contemporaneamente sul mercato domestico, sul mercato cinese e sui mercati terzi. Allo stesso tempo, le importazioni dalla Cina rappresentano anche una fonte di componenti, beni intermedi e tecnologie utilizzati dalla stessa industria italiana: una relazione economica che non può essere letta esclusivamente attraverso la contrapposizione tra import ed export. La questione, pertanto, non è scegliere semplicemente tra apertura e protezionismo. Il tema è creare le condizioni perché le imprese italiane possano affrontare una concorrenza diventata tecnologicamente più sofisticata. Energia, credito, investimenti, digitalizzazione, ricerca, produttività, crescita dimensionale e accesso ai mercati diventano altrettanti tasselli di una politica industriale capace di sostenere la manifattura. La nuova Cina industriale non rappresenta soltanto un concorrente in più. Rappresenta un cambiamento del terreno sul quale si svolge la competizione globale. Per le PMI italiane la risposta non può essere produrre a prezzi cinesi: deve essere produrre beni per i quali qualità, tecnologia, specializzazione e servizio consentano di sostenere prezzi e margini più elevati. È questa, in definitiva, la questione posta dai numeri: la difesa della manifattura italiana passa meno dalla protezione di ciò che esiste e molto di più dalla capacità di rendere competitivo ciò che dovrà esistere nei prossimi dieci anni.

- CINA, NUOVA PRESSIONE SU MANIFATTURA, IMPORT RECORD E PMI SOTTO SFIDA - 26 Settembre 2026
- CASA, DOPO SUPERBONUS ARRIVA FRENATA, INVESTIMENTI RESIDENZIALI – 2,7% - 25 Settembre 2026
- La Sicilia – Le basi per il percorso per l’Igp grani antichi - 19 Settembre 2026





