C’è un divario evidente tra la manovra fiscale per il 2026 e la realtà quotidiana in cui sopravvivono le piccole e medie imprese italiane. Una distanza che non è soltanto economica, ma anche culturale: da un lato i numeri della finanza pubblica, dall’altro la concretezza di milioni di imprenditori che ogni giorno faticano a far quadrare i conti. È di questa parte d’Italia, che rappresenta il 92% del tessuto produttivo e garantisce lavoro a oltre 15 milioni di persone, che bisognerebbe occuparsi con urgenza.
È quanto segnala Unimpresa, secondo cui il costo del credito, ormai superiore al 5%, è diventato un ostacolo strutturale per lo sviluppo delle pmi. Eppure, la manovra risponde con incentivi condizionati, parziali e complessi. La riduzione dell’Ires dal 24% al 20% sarebbe, in linea teorica, una buona notizia, ma i requisiti per accedervi la rendono di fatto inapplicabile alla grande maggioranza delle imprese italiane. Aumentare l’organico di almeno l’1%, investire 20.000 euro in beni strumentali e destinare il 30% degli utili a investimenti nella propria attività sono obiettivi condivisibili, ma difficili da realizzare per chi oggi non ha liquidità sufficiente neppure per coprire le spese correnti.
Anche il Piano Transizione 5.0 finisce per avvantaggiare soprattutto le grandi aziende: «Gli sgravi più consistenti si attivano solo per investimenti superiori a 2,5 milioni di euro. È un incentivo che rischia di restare fuori dalla portata delle piccole imprese manifatturiere, degli artigiani e delle micro-realtà produttive che costituiscono l’ossatura economica del Paese. Serve uno sforzo aggiuntivo» commenta il consigliere nazionale di Unimpresa, Marco Salustri.
Lo stesso discorso vale per la legge Sabatini, rifinanziata con 300 milioni di euro, che «appare più come un segnale politico che come una misura di impatto reale, se si considera la domanda di credito agevolato in costante crescita. Resta aperta poi la questione della burocrazia, un fardello che continua a pesare sulle aziende italiane.
«Ogni impresa spende in media 5.200 euro l’anno per adempiere agli obblighi amministrativi, quasi il doppio rispetto alla Germania e le cosiddette “semplificazioni” spesso si traducono in nuove piattaforme digitali, più complicate delle precedenti. Per le PMI senza strutture dedicate, diventa un ostacolo quotidiano» spiega Salustri.
Criticità anche sul fronte del Fondo di garanzia per le pmi, che continua a essere rifinanziato con risorse insufficienti rispetto al reale fabbisogno. Molte aziende, pur avendo requisiti solidi, restano escluse dai meccanismi di sostegno, in un contesto di pressione fiscale che rimane tra le più alte d’Europa. Secondo il consigliere nazionale di Unimpresa «questa manovra appare più come un esercizio contabile che come una strategia di sviluppo. Servono coraggio e visione: il Paese ha bisogno di misure strutturali sulla tassazione, sulla semplificazione amministrativa e sul credito. Le nostre imprese non chiedono sussidi, ma condizioni eque per lavorare, investire e crescere. La priorità è chiara: riconoscere la natura emergenziale della crisi di liquidità che attraversa le pmi e costruire un piano di sostegno stabile e accessibile. «Finché non si affronteranno i nodi veri, il pilastro produttivo dell’Italia continuerà a indebolirsi, anno dopo anno, manovra dopo manovra».
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