
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Il nome è una provocazione, e probabilmente lo sanno. La torre d’avorio è il luogo dove ci si rifugia per non fare i conti con il mondo, il simbolo storico dell’intellettuale inutile. Eppure è esattamente da lì che i fondatori di Ivory — un americano di dottorato e un italo-brasiliano veneto — hanno deciso di partire per costruire un social network. Uno spazio dove prima di parlare bisogna sapere qualcosa. Un’idea che, nell’ecosistema digitale del 2026, suona quasi eversiva.
Adam Nettles è arrivato in Italia nel 2016 per studiare difesa aerospaziale alla Statale di Milano. Ha visto dall’interno il paradosso che chiunque abbia frequentato un’università conosce bene: anni di ricerca, migliaia di euro spesi per pubblicare su riviste che nessuno legge, e poi il dibattito pubblico che si forma altrove, su piattaforme progettate per farvi restare il più a lungo possibile con qualunque mezzo. Ha pensato che ci fosse spazio per qualcosa di diverso. Forse si sbagliava, forse no. Il 30 aprile lo scopriremo.
Ivory funziona al contrario dei suoi concorrenti. L’algoritmo premia la qualità dei contenuti, non la velocità con cui generano reazioni. I contenuti sono organizzati per aree tematiche — storia, economia, diritto, scienze, filosofia — con un sistema di revisione tra pari mutuato dal mondo accademico. Chi vuole interagire davvero deve verificare la propria identità. Chi pubblica paper scientifici paga meno di quanto chieda qualsiasi rivista specializzata, e il revisore viene pagato. La pubblicità c’è, ma il tempo trascorso sullo schermo non è una metrica che interessa ai fondatori — almeno così dicono.
È un progetto piccolo, nato a Benevento, che si scontra con aziende da centinaia di miliardi di dollari. La storia dei social europei alternativi è un cimitero di buone intenzioni. Eppure il momento è diverso da quello di dieci anni fa. Il Digital Services Act sta cambiando le regole. La fiducia nelle piattaforme americane si è consumata, accelerata dalle tensioni geopolitiche degli ultimi anni. E una parte crescente di persone — non necessariamente accademici, semplicemente adulti stanchi del doomscrolling — sente il bisogno di qualcosa di diverso senza sapere bene cosa. Ivory prova a dargli un nome e un indirizzo.
Potrebbe non funzionare. Probabilmente non diventerà il prossimo Facebook. Ma il fatto che sia nato qui, adesso, in Italia, da un dottorato in aerospaziale e da un’idea semplice quanto ostinata — che informarsi prima di parlare non sia una pretesa elitaria ma un prerequisito civile — dice qualcosa sul disagio che attraversa la comunicazione pubblica. Un disagio che non riguarda solo gli accademici senza piattaforma, ma chiunque abbia aperto un social nell’ultimo anno e abbia avuto la sensazione di uscirne più confuso di prima.
- L’aggressività quotidiana: la normalizzazione del conflitto - 8 Maggio 2026
- La fatica invisibile dei caregiver familiari - 5 Maggio 2026
- La Giornata della Terra nel silenzio del 2026 - 29 Aprile 2026





