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SOSTEGNI: BASTA AIUTI SPICCIOLI ALLE PMI E AI LAVORATORI AUTONOMI. IL GOVERNO RICORRA ALLA FINANZA INDIRETTA, MEDIANTE LA LEVA FISCALE

di Marco Salustri, Consigliere Nazionale di Unimpresa

Il decreto-legge del 22 marzo 2021, detto dei “Sostegni”, presenta molte similitudini, riferite alla quantità e qualità delle somme disposte a fondo perduto, a favore di imprese e lavoratori autonomi, con i DPCM del precedente governo Conte. La gravissima crisi finanziaria, causata dalla pandemia, ha determinato ingenti perdite di fatturato per alcuni comparti imprenditoriali strategici e, in particolare, nel settore dell’abbigliamento e tessile per oltre 20 miliardi, nel settore ricettivo per oltre 14 miliardi, nel settore della ristorazione per quasi 40 miliardi e nell’intera filiera del turismo per oltre 100 miliardi. Una voragine. Per un paese a vocazione artigianale, la prima conseguenza è stata la dissoluzione, ad oggi, di ben oltre 300.000 piccole imprese. Una catastrofe economica di questa portata necessiterebbe di una strategia complessiva, più chiara, con un’iniezione immediata di liquidità senza precedenti.

Draghi, al contrario, si è allineato, economicamente e fiscalmente, al suo predecessore, senza prevedere alcuna svolta significativa, sia per le imprese che per i lavoratori autonomi.  Nel decreto, infatti, i ristori saranno graduati in 5 classi: dal 60% delle perdite fino a 100.000 euro di fatturato, fino a scendere al 10% per chi fattura tra i 5 e i 10 milioni. Si va da un minimo di 1.000 euro per le persone fisiche ad un massimo di 150.000 euro di ristoro per le imprese. Da qui la delusione degli imprenditori che si vedranno corrispondere poche migliaia di euro che, nella maggior parte dei casi,  saranno  del tutto insufficienti a coprire perfino i canoni di locazione delle proprie attività. Un esempio, per un imprenditore con ricavi non superiori a 100.000 euro che abbia realizzato un fatturato di 90.000 euro, nel 2019, e un fatturato di 50.000 euro, nel 2020, il calcolo sarà come segue:  90.000/12=  7.500 e  50.000/12= 4.167. Calcolando al differenza tra 7.500-4.167= 3.333 e applicando il 60% di sostegno, il risultato corrisponderà ad appena 2.000 euro! No comment!

Se il governo non ha le risorse sufficienti per generare un forte shock finanziario, a causa della situazione di bilancio e del peso enorme del debito pubblico, allora scelga altre strade, a partire da quella fiscale: uno sgravio consistente dell’imposizione diretta con l’obbligo, però, di reinvestire il risparmio nella propria attività, affinché l’impresa abbia le risorse necessarie per ripartire nel più breve tempo possibile. Inoltre sarebbe auspicabile che vi fosse uno sgravio ancora più consistente delle cartelle esattoriali pregresse con l’obbligo sempre di reinvestire le somme a sostegno delle proprie attività. Queste misure fiscali straordinarie, descritte in estrema sintesi, fornirebbero un’iniezione di liquidità a carattere inverso che, finalmente, imporrebbe un vero e proprio cambio di mentalità e di iniziativa. Il governo, in effetti, invece di erogare somme di denaro direttamente, le potrebbe distribuire attraverso un risparmio d’imposta. Questa scelta radicale avrebbe anche l’utilità di ridurre la tanto temuta evasione fiscale, in quanto di facile controllo da parte delle autorità preposte. L’agenzia delle entrate, infatti, già a conoscenza del debito attuale dei contribuenti che andrebbero a beneficiare di tale supporto,  potrebbe verificare agevolmente  l’utilizzo delle somme risparmiate attraverso lo strumento della  dichiarazione dei redditi.

Gli imprenditori, a gran voce, chiedono di tornare a lavorare senza essere più  “tartassati” dal fisco, disponibili, quindi, a rinunciare ai ristori, ai sostegni e agli aiuti spiccioli di qualunque genere, pur di essere alleggeriti, in modo mirato, da alcuni obblighi verso l’agenzia  delle entrate. Questo tipo di finanza “indiretta”, allo stato, rappresenta, per Unimpresa, un mezzo concreto di sostentamento che imprese e lavoratori autonomi si attendono nel brevissimo tempo per poter ripartire. Stupisce che questa leva di politica fiscale non sia stata ancora presa in seria considerazione dal governo Draghi, nonostante le proposte avanzate dalla nostra associazione.

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