
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Baa2, outlook stabile. È il verdetto che Moody’s ha comunicato un paio di settimane fa al termine della consueta revisione periodica sul debito sovrano italiano, e che merita di essere letto per quello che effettivamente rappresenta: non una promozione clamorosa, ma la conferma solida di un giudizio che negli ultimi anni ha retto a shock che pochi, all’indomani della crisi energetica innescata dalle tensioni in Medio Oriente, avrebbero scommesso che l’economia italiana potesse assorbire con questa tenuta.
Il dato più significativo, al di là della conferma del rating in sé, riguarda la revisione al rialzo della stima di crescita per il 2026, portata da Moody’s allo 0,8% dopo un primo semestre in cui il Pil reale è cresciuto in media dello 0,9%. È una correzione che va nella direzione opposta rispetto al pessimismo diffuso che aveva caratterizzato buona parte dell’anno, e che l’agenzia statunitense motiva esplicitamente con la resilienza mostrata dal sistema economico italiano di fronte all’aumento dei prezzi energetici. Vale la pena ricordare che, appena quattro mesi fa, la Commissione europea stimava per l’Italia una crescita di appena lo 0,5% per l’anno in corso: la revisione di Moody’s, seppure elaborata in un momento diverso e sulla base di informazioni più aggiornate, restituisce comunque la misura di un Paese che sta sorprendendo in positivo le previsioni degli osservatori internazionali.
Anche sul fronte dei conti pubblici, il quadro tracciato dall’agenzia offre elementi di soddisfazione. Il deficit è atteso al 3% del Pil nel 2026, in miglioramento rispetto al 3,1% dello scorso anno, con un’ulteriore, contenuta discesa prevista per il 2027, al 2,9%. È il segno che il percorso di consolidamento fiscale avviato dal governo, per quanto graduale e non privo di tensioni interne sulla ripartizione delle risorse, sta producendo risultati misurabili sul terreno più concreto, quello della sostenibilità del bilancio pubblico. Non è un dettaglio da poco per un sistema imprenditoriale, quello delle piccole e medie imprese, che ha bisogno prima di ogni altra cosa di stabilità macroeconomica per pianificare investimenti su orizzonti pluriennali.
Resta, ed è onesto non nasconderlo, il nodo del debito pubblico, che Moody’s stima destinato a stabilizzarsi attorno al 138% del Pil sia nel 2026 sia nel 2027, prima di imboccare una discesa graduale legata al mantenimento di solidi avanzi primari e al progressivo esaurirsi dell’impatto dei crediti d’imposta per le ristrutturazioni edilizie degli anni passati. È il fattore che continua a pesare sul giudizio complessivo dell’agenzia, insieme a temi strutturali come la produttività stagnante e la dinamica demografica sfavorevole, richiamati esplicitamente nella nota di revisione. Ma è significativo che, nonostante questi elementi di fragilità strutturale ben noti da tempo, il giudizio complessivo resti improntato alla fiducia, sorretto da quella che la stessa Moody’s definisce una solida base di investitori domestici a sostegno del finanziamento pubblico.
Per le piccole e medie imprese italiane, un rating confermato con outlook stabile si traduce in condizioni di finanziamento più prevedibili, in uno spread meno esposto a scossoni improvvisi e, in ultima analisi, in un costo del credito che riflette la percezione di un Paese solido piuttosto che quella di un sistema a rischio. Non è un beneficio astratto: ogni decimo di punto risparmiato sui tassi di interesse pagati dallo Stato per collocare il proprio debito si riflette, con un effetto a cascata che i mercati finanziari conoscono bene, anche sulle condizioni di accesso al credito bancario per le imprese di dimensione medio-piccola, storicamente più sensibili alle oscillazioni della fiducia dei mercati rispetto ai grandi gruppi.
Il giudizio di Moody’s è arrivato peraltro a pochi giorni da un’altra buona notizia sul fronte del debito pubblico italiano: a ottobre torna il collocamento del Btp Valore, che per la prima volta si sdoppierà in due strumenti paralleli, entrambi pensati per continuare la strategia di riallocazione del debito verso i risparmiatori italiani. È un tassello che si inserisce coerentemente nel quadro descritto dall’agenzia di rating: un Paese che, pur scontando fragilità strutturali note da tempo, sta costruendo con metodo e continuità le condizioni per una maggiore solidità finanziaria di lungo periodo. Il compito che attende ora il governo è trasformare questa fiducia rinnovata dai mercati internazionali in politiche capaci di affrontare, senza più rinviarli, i nodi strutturali che la stessa Moody’s continua opportunamente a segnalare.
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