Cinque anni dopo il golpe militare del 2021, il Myanmar è diventato il simbolo di un conflitto che sfugge alle categorie tradizionali. Non è più soltanto la repressione di una protesta democratica, né una classica guerra civile tra eserciti contrapposti. È una resistenza diffusa, frammentata, radicata soprattutto tra giovani che hanno scelto le armi dopo aver visto chiudersi ogni spazio politico.
La cronaca racconta di studenti, professionisti, ragazzi delle città che hanno abbandonato una vita ordinaria per unirsi a gruppi di difesa popolare, spesso coordinandosi con gli storici eserciti etnici. È un’inedita alleanza generazionale e territoriale, nata non da un’ideologia uniforme, ma dalla convinzione condivisa che il ritorno al passato imposto dalla giunta militare non fosse accettabile. Questa resistenza, pur priva di mezzi paragonabili a quelli dell’esercito, ha dimostrato una sorprendente capacità di tenuta e di adattamento.
La risposta dei militari è stata brutale e sistematica. Reclutamenti forzati, bombardamenti indiscriminati, villaggi rasi al suolo. A questo si aggiunge il sostegno esterno, in particolare quello di Pechino, che vede nella stabilità del Myanmar un interesse strategico più che una questione di diritti o legittimità politica. Il risultato è una controffensiva che mira a logorare la resistenza nel tempo, più che a vincere rapidamente sul campo.
Ma il vero campo di battaglia resta la popolazione civile. Milioni di sfollati interni, un sistema sanitario collassato, scuole chiuse, intere regioni senza accesso a cibo e cure. È una crisi umanitaria che cresce lontano dai riflettori internazionali, mentre l’attenzione globale si sposta altrove. Eppure, è proprio qui che si misura il fallimento della comunità internazionale: nell’incapacità di proteggere chi non combatte, ma subisce.
Il Myanmar vive oggi su un equilibrio instabile. La giunta non è riuscita a riconquistare un controllo pieno del territorio, la resistenza non ha la forza per una vittoria decisiva. In mezzo, un Paese sospeso, consumato da una guerra che dura troppo a lungo per essere considerata transitoria e troppo irrisolta per essere normalizzata.
Cinque anni dopo il golpe, la domanda non è più quando finirà il conflitto, ma quanto ancora potrà resistere una società intera senza spezzarsi definitivamente. E quanto a lungo il mondo potrà permettersi di considerare questa guerra una crisi periferica, quando in realtà racconta una delle grandi fratture del nostro tempo: quella tra potere armato e aspirazione alla libertà.
Classe 1954, imprenditore, inizia il suo percorso professionale a Castellammare di Stabia, cittadina affacciata sul Golfo di Napoli, dove tuttora risiede. Dopo una prima esperienza nell’azienda di famiglia, specializzata nel comparto florovivaistico e agroalimentare, decide di investire nel settore dei servizi alle imprese, fonda così l’Associazione Imprese Artigiane della provincia di Napoli, una innovativa e dinamica realtà di servizi orientati alle esigenze del mercato delle PMI, costituita con un gruppo di imprenditori. Si è fatto promotore di molte iniziative. Tra queste, l’organizzazione di scuole estive di management per Quadri e Dirigenti, compagne di comunicazione, convegni e seminari incentrati sui temi della rappresentatività e sulle problematiche delle imprese. Nel 2003, ispirandosi alla nuova regolamentazione europea riguardo le PMI, e dopo un’attenta e scrupolosa riflessione, insieme con un ristretto e qualificato gruppo dei soci fondatori, decide di trasformare l’Associazione Imprese Artigiane in una Confederazione a carattere nazionale denominandola UNIMPRESA, Unione Nazionale di Imprese. Nel 2009 viene insito del premio Guido D’Orso per il contributo che l’associazionismo delle pmi, basato su principi etici e di solidarietà tra le persone, ha dato e potrà dare per un reale sviluppo economico e sociale del mezzogiorno. Nel 2025 ha ricevuto l’Attestato al merito dell’operosità aristocrazia del lavoro dall’unione della Legion d’Oro quale riconoscimento delle particolari benemerenze acquisite nel campo della sua attività professionale nel settore dei servizi alle imprese. Sotto la sua guida, la Confederazione ha raggiunto ragguardevoli traguardi.
Classe 1954, imprenditore, inizia il suo percorso professionale a Castellammare di Stabia, cittadina affacciata sul Golfo di Napoli, dove tuttora risiede. Dopo una prima esperienza nell’azienda di famiglia, specializzata nel comparto florovivaistico e agroalimentare, decide di investire nel settore dei servizi alle imprese, fonda così l’Associazione Imprese Artigiane della provincia di Napoli, una innovativa e dinamica realtà di servizi orientati alle esigenze del mercato delle PMI, costituita con un gruppo di imprenditori. Si è fatto promotore di molte iniziative. Tra queste, l’organizzazione di scuole estive di management per Quadri e Dirigenti, compagne di comunicazione, convegni e seminari incentrati sui temi della rappresentatività e sulle problematiche delle imprese. Nel 2003, ispirandosi alla nuova regolamentazione europea riguardo le PMI, e dopo un’attenta e scrupolosa riflessione, insieme con un ristretto e qualificato gruppo dei soci fondatori, decide di trasformare l’Associazione Imprese Artigiane in una Confederazione a carattere nazionale denominandola UNIMPRESA, Unione Nazionale di Imprese. Nel 2009 viene insito del premio Guido D’Orso per il contributo che l’associazionismo delle pmi, basato su principi etici e di solidarietà tra le persone, ha dato e potrà dare per un reale sviluppo economico e sociale del mezzogiorno. Nel 2025 ha ricevuto l’Attestato al merito dell’operosità aristocrazia del lavoro dall’unione della Legion d’Oro quale riconoscimento delle particolari benemerenze acquisite nel campo della sua attività professionale nel settore dei servizi alle imprese. Sotto la sua guida, la Confederazione ha raggiunto ragguardevoli traguardi.
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