
di Paolo Longobardi, Presidente onorario Unimpresa
Sarebbe un errore considerare ciò che accade oggi tra Washington, Teheran e Tel Aviv come un episodio circoscritto. Un altro focolaio di guerra in un’area già instabile. L’ennesimo botta e risposta fra potenze armate fino ai denti, in un angolo del mondo da sempre teatro di tensioni. Sarebbe un errore, e anche una forma di deresponsabilizzazione collettiva. Perché questa volta, la posta in gioco è più alta. E riguarda anche noi, europei, italiani, imprenditori, cittadini.
Il raid americano contro tre siti nucleari iraniani, rivendicato da Donald Trump in prima persona, e la successiva, immediata reazione militare dell’Iran, che ha colpito con decine di missili il cuore di Israele, segnano un punto di rottura. Un’azione dimostrativa e al tempo stesso deliberata, che rompe gli equilibri precari faticosamente costruiti dopo anni di diplomazia. Con un effetto domino già visibile: l’intera regione è sul punto di deflagrare, i mercati reagiscono con nervosismo, il diritto internazionale appare marginalizzato, quasi superfluo.
In questi frangenti, la politica – quella con lo sguardo lungo – dovrebbe saper parlare un linguaggio diverso. Invece rischiamo, come spesso accade, di confondere fermezza con impeto, deterrenza con arroganza. I leader si affidano ai social per annunciare decisioni irreversibili, come se bastasse un post a ridisegnare il destino di interi popoli. E intanto, il mondo si scopre più fragile. Meno governabile. Meno sicuro.
La pace, in questo contesto, non è un’astrazione. È un interesse collettivo. Un bene concreto, da proteggere e promuovere come si fa con le infrastrutture strategiche o le catene di fornitura. Un fattore di sviluppo. Di coesione. Di stabilità. Quando la pace cede il passo alla logica del conflitto, a pagarne il prezzo sono sempre i più esposti: le famiglie, le imprese, le comunità locali.
Le piccole e medie imprese italiane – quelle che Unimpresa rappresenta – hanno costruito la propria resilienza su una condizione implicita: un ordine globale prevedibile, anche quando imperfetto. La guerra – vera, dichiarata, su larga scala – spazza via tutto questo. Fa aumentare il costo dell’energia, blocca le rotte, scoraggia gli investimenti, alimenta l’inflazione. Distrugge fiducia. E senza fiducia, l’economia rallenta. Si contrae. Si spegne.
Ecco perché l’Italia non può restare alla finestra. L’Europa, se vuole davvero contare, non può limitarsi a chiedere moderazione in conferenze stampa rituali. Serve un’iniziativa diplomatica autonoma, credibile, autorevole. Serve una politica estera che torni a essere strategia e non soltanto reazione. E serve anche che il nostro Paese, forte della sua tradizione mediterranea, si faccia promotore di una nuova stagione di equilibrio e di dialogo.
Chi guida le istituzioni, chi ha ruoli pubblici, ha il dovere – oggi più che mai – di difendere la pace come primo interesse nazionale. Non come riflesso buonista o come calcolo elettorale, ma come scelta razionale. Responsabile. L’unica, forse, ancora capace di arginare il peggio. Non esiste impresa possibile in un mondo sull’orlo del baratro. E non c’è libertà d’impresa senza pace.
Chi ha vissuto gli anni della guerra, quelli veri, conosce la differenza tra la retorica del coraggio e il silenzio delle macerie. Per questo bisogna dirlo con forza, senza ambiguità: ogni sforzo per evitare una nuova tragedia non è mai tempo perso. È investimento sul futuro. Sul nostro. E su quello dei nostri figli.
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