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Emergenza educativa

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Oggi in ogni angolo o crocicchio di strada, nei bar, davanti alle edicole si parla di crisi economica, delle prospettive future. Se ne discetta cercando di celare la paura che le cose possano andare sempre peggio. C’è tuttavia un aspetto di questa crisi complessa che nel nostro sud preoccupa maggiormente, in quanto acutizzante di una situazione già critica. E’ la realtà della disoccupazione. Un dramma per i nostri giovani che stanno riscoprendo la via dell’emigrazione verso il nord Italia e il nord Europa. Ma una criticità, affinché si possa trovare una soluzione e una via d’uscita, occorre conoscerla bene, usando onestà intellettuale e osservandola da ogni angolo prospettico.  Proviamo, per esempio, a porci una domanda: oggi, al posto di un imprenditore, cosa faremmo? La domanda è pertinente soprattutto qualora volessimo incrementare l’attività assumendo lavoratori. Prenderemmo a lavorare uno di quei giovani che spesso vediamo la sera, dopo le 22, impegnati in una sorta di “transumanza”, avanti e indietro vagando senza meta, per le vie cittadine? Ci fideremmo dei medesimi giovani che osserviamo stravaccati sulle panchine di una piazza, intenti a proferire volgarità di ogni specie accompagnate da gesti altrettanto poco nobili? Assumeremmo dipendenti che oltre 200 lemma d’italiano e 300 di dialetto non sanno andare, tra l’altro proferiti con una raccapricciante sufficienza, e tutto il resto è linguaggio marziano? Certo non bisogna generalizzare, ma neanche fare come gli struzzi non ammettendo che alcune volte si è causa dei propri mali. Vi sono giovani che meriterebbero attenzione perché hanno investito il tempo nello studio, nel lasciarsi educare anche alla luce del galateo, tanto desueto oggi quanto urgente da riscoprire, in altre parole hanno messo a frutto i talenti. Agli altri occorrerebbe dire francamente che il tempo in cui si saliva sul carrozzone a prescindere della reciproca utilità, è finito. Tale realismo realizzerebbe il bene di tutti fungendo da premio o da sprone, smaschererebbe l’ipocrisia e comunque aiuterebbe a non dare voce esclusivamente alla pancia,  ma a rimboccarsi le maniche tutti insieme. Ne deriva evidente un’emergenza educativa. Qui la Chiesa e lo Stato debbono interrogarsi ciascuno per i propri ambiti. La prima è chiamata ad un’incisività maggiore dell’annuncio, al servizio della testimonianza autentica, opponendo al vuoto del nichilismo attuale la pienezza del Mistero della Salvezza operato da Cristo. Il secondo dovrebbe offrire un progetto educativo che, avendo il bene comune come fine nobile, rimetta l’uomo al giusto posto aiutando i giovani a scoprirsi protagonisti del presente e del futuro, fruendo del tesoro del passato.

Alfonso D’Alessio