
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
A Yaoundé, durante la conferenza ministeriale del WTO, si è consumato un passaggio che rischia di essere ricordato non per ciò che è stato deciso, ma per ciò che non è più difendibile. Il sistema multilaterale del commercio, costruito nel secondo dopoguerra come argine agli squilibri e alle tentazioni protezionistiche, mostra oggi crepe difficili da ignorare.
Le parole del ministro del Commercio cinese Wang Wentao, che ha evocato il rischio di un ritorno alla “legge della giungla”, colgono una verità solo parziale. È indubbio che gli Stati Uniti abbiano progressivamente indebolito il sistema, privilegiando accordi bilaterali e logiche di potenza. Ma sarebbe riduttivo fermarsi qui. Anche la Cina, mentre difende formalmente il multilateralismo, utilizza strumenti che ne aggirano lo spirito: sussidi, sovrapproduzione, politiche industriali opache.
Il risultato è un sistema che continua a esistere sulla carta, ma che nella pratica perde efficacia. Le regole non sono scomparse, ma sono diventate più deboli, meno vincolanti. E quando le regole si indeboliscono, tornano a contare soprattutto i rapporti di forza.
L’immagine che circola tra i diplomatici è eloquente: gli Stati Uniti come un elefante che irrompe nell’ordine commerciale, la Cina come una tigre che usa la propria forza con crescente disinvoltura. Due potenze che, pur con strategie diverse, finiscono per muoversi in uno spazio sempre meno regolato.
In questo contesto, il fallimento dei negoziati appare quasi inevitabile. Nessuna moratoria sui dazi, nessuna riforma incisiva del WTO, nessuna risposta concreta alle distorsioni più evidenti. Le economie emergenti e quelle di medie dimensioni restano le più esposte, prive degli strumenti necessari per difendere i propri interessi in un sistema che non garantisce più equilibrio.
Il punto sollevato dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha parlato di “squilibri insostenibili”, va preso sul serio. Perché non si tratta soltanto di commercio. Si tratta di un modello di globalizzazione che aveva promesso regole comuni e tutela dei più deboli, e che oggi appare sempre più selettivo, se non arbitrario.
Nel frattempo, i flussi commerciali si riorganizzano. Le esportazioni cinesi continuano a crescere, trovando nuovi sbocchi in Asia, Africa ed Europa, mentre si riducono verso gli Stati Uniti. Non è una contrazione del sistema, ma una sua trasformazione: meno integrato, più frammentato, più geopolitico.
Il WTO, nato per garantire prevedibilità e reciprocità, rischia così di diventare un contenitore svuotato. Ogni colpo alla sua credibilità non colpisce tanto le grandi potenze, che dispongono di strumenti alternativi, quanto i Paesi più piccoli, che nel sistema multilaterale trovavano una forma di protezione.
La “legge della giungla”, evocata a Yaoundé, non è ancora realtà piena. Ma il rischio è che lo diventi per inerzia, più che per scelta. E quando accade, la differenza tra chi può imporre le proprie condizioni e chi deve subirle torna a essere la vera regola del commercio globale.
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