
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
La rete non ha inventato la violenza, ma l’ha resa più rapida, più pervasiva, più invisibile. Il sondaggio SWG sulla violenza di genere online fotografa un Paese consapevole del problema, ma ancora lontano dal comprenderne la profondità. L’83 per cento degli italiani riconosce la gravità del fenomeno, eppure molte sue forme — come sextortion e doxing — restano ai margini della conoscenza pubblica. È il segno che l’Italia ha imparato a dare un nome solo a ciò che riesce a vedere, mentre il resto continua a scorrere, impalpabile, sotto la superficie digitale.
Cyberbullismo, revenge porn, molestie online: termini entrati nel linguaggio comune, ma non ancora nella coscienza collettiva. La rete amplifica comportamenti antichi — dominio, umiliazione, controllo — ma li nasconde dietro l’anonimato e la distanza. La violenza di genere, nel mondo digitale, non scompare: cambia forma, assume toni subdoli, mimetici. E mentre si discutono algoritmi e intelligenze artificiali, la ferita sociale resta la stessa.
Colpisce, nel sondaggio, la lucidità con cui donne e giovani individuano le radici culturali del problema: una matrice patriarcale che attraversa i linguaggi, le immagini, le relazioni di potere. È qui che il digitale mostra la sua ambiguità: spazio di libertà e al tempo stesso di replica dei peggiori stereotipi. Se la rete riflette la società, significa che la cultura della parità non è ancora diventata un’abitudine quotidiana.
Settantotto italiani su cento collegano la violenza online alla mancanza di educazione emotiva e digitale. È la sintesi perfetta del nostro ritardo: abbiamo insegnato a usare gli strumenti, ma non a comprendere le persone. Non basta saper navigare: serve imparare a riconoscere l’altro come soggetto, non come bersaglio.
La richiesta di responsabilità alle piattaforme — tre italiani su quattro la ritengono prioritaria — è legittima, ma non sufficiente. Servono regole, certo, ma anche comunità capaci di farle vivere. Canali di segnalazione anonimi, codici di condotta, formazione obbligatoria: misure indispensabili, ma destinate a fallire se non accompagnate da una cultura condivisa del rispetto.
La violenza di genere online non è un incidente della tecnologia. È il riflesso digitale delle disuguaglianze che ancora abitano la società. E se davvero vogliamo affrontarla, dobbiamo cominciare da dove nasce: dall’educazione, dal linguaggio, dal modo in cui pensiamo e raccontiamo le relazioni. Nel mondo connesso, la libertà non è mai soltanto un diritto tecnico. È una responsabilità morale. E la rete sarà davvero uno spazio libero solo quando sapremo renderla anche uno spazio umano.
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