
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Dopo due anni e mezzo di guerra, il Sudan intravede una tregua. Le Forze di Supporto Rapido, le milizie che hanno devastato il Paese in uno scontro sanguinoso con l’esercito regolare, hanno accettato la proposta di cessate il fuoco avanzata da Stati Uniti e Paesi arabi. L’esercito, tuttavia, tace. E il silenzio, in guerra, pesa più delle parole.
La notizia, accolta con prudenza dalla comunità internazionale, arriva pochi giorni dopo la caduta di al-Fashir, ultima grande città del Darfur ancora sotto il controllo governativo. Un simbolo di quanto fragile sia ogni prospettiva di pace. In Sudan, la guerra non ha solo distrutto villaggi e città: ha dissolto lo Stato, cancellato economie locali, spezzato generazioni. Decine di migliaia di morti, milioni di sfollati, intere aree senza accesso a cibo e cure. Una catastrofe umanitaria dimenticata, in un mondo ormai assuefatto alla sofferenza altrui.
L’impegno congiunto di Washington, dell’Arabia Saudita, degli Emirati e dell’Egitto offre una speranza, ma anche un test. Una tregua non è ancora pace. Serve una mediazione credibile, un garante politico e morale capace di trasformare l’arresto delle armi in un percorso di riconciliazione. Finora, ogni tentativo si è infranto contro la diffidenza reciproca e l’interesse delle potenze regionali, che nel Sudan vedono più una pedina che un popolo.
Il conflitto sudanese non è una guerra “lontana”. È lo specchio di un mondo in cui la violenza non è più eccezione ma condizione permanente. Dopo l’Ucraina, Gaza, lo Yemen, il Congo, il Sudan ricorda che la pace è diventata un bene raro, e che l’attenzione internazionale si misura ormai in minuti di notiziario.
C’è, però, un messaggio che non andrebbe ignorato. La tregua sudanese, se davvero prenderà corpo, dimostra che la pressione diplomatica multilaterale — quando è coerente e disinteressata — può ancora produrre risultati. È un piccolo segno di speranza in un tempo di cinismo geopolitico. Ma perché diventi qualcosa di più, servirà che la comunità internazionale resti presente anche dopo i riflettori.
La pace, in Sudan come altrove, non si conquista in un giorno. Si costruisce nel silenzio, nell’ascolto, nella pazienza. E si difende con la memoria. Perché dimenticare, come troppo spesso accade, è il modo più rapido per tornare a combattere.
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