
di Paolo Longobardi, Presidente Unimpresa
C’è un tempo per costruire, uno per guardare da lontano, e un altro per tornare e dare continuità alla visione. Con questo spirito ho accettato, con profonda emozione e rinnovato senso di responsabilità, l’incarico conferitomi oggi dall’assemblea nazionale di Unimpresa. Tornare alla presidenza dell’associazione che ho fondato nel 2003 non è per me un semplice ritorno, ma l’inizio di una nuova fase collettiva, in un passaggio storico complesso per l’economia italiana, europea e mondiale.
Unimpresa nacque con un’idea che all’epoca poteva apparire controcorrente: dare rappresentanza vera e diretta alle micro, piccole e medie imprese italiane, lontano dai palazzi e vicino ai territori. La nostra è stata una battaglia culturale prima ancora che sindacale: abbiamo scelto di stare dalla parte di chi rischia in proprio, di chi produce, di chi lavora e non fa rumore. In ventidue anni abbiamo costruito una realtà solida, presente in tutta Italia, capace di farsi ascoltare. E negli ultimi nove anni, con Giovanna Ferrara alla guida, abbiamo mantenuto e consolidato questo ruolo con intelligenza, misura e fermezza. A lei va il mio ringraziamento più sentito.
Ma oggi viviamo in un mondo che si è trasformato profondamente. L’Europa è incerta, stretta tra le sfide dell’autonomia strategica e i vincoli imposti dalla tecnocrazia. L’Italia appare priva di una visione industriale di lungo termine. I mercati finanziari oscillano tra fiducia e paura, mentre la guerra in Ucraina e il conflitto in Medio Oriente scuotono gli equilibri geopolitici e rallentano la crescita globale. Le imprese italiane – soprattutto quelle piccole – affrontano il caro energia, la difficoltà di accesso al credito, una pressione fiscale che resta tra le più alte d’Europa. E a tutto questo si aggiunge la fatica quotidiana di fare impresa in un Paese dove le regole cambiano troppo spesso e dove la burocrazia continua a essere un freno.
Ecco perché Unimpresa deve fare un salto di qualità. Non solo rafforzare la propria base associativa, ma diventare un attore politico e sociale di primo piano, capace di orientare le scelte del Paese con proposte concrete, non ideologiche, sempre al servizio del tessuto produttivo. Servono competenze nuove, visione strategica e capacità di visione sul lungo periodo. Il comitato di presidenza che oggi si insedia risponde esattamente a queste necessità: deleghe tematiche, giovani dirigenti, esperienza e innovazione. È il segno di un’organizzazione che non ha paura di rinnovarsi, pur restando fedele alla sua missione originaria.
Un contributo fondamentale ci verrà dal Centro studi di Unimpresa, che negli anni si è affermato come una delle realtà analitiche più solide e rispettate. Le nostre ricerche sono ormai una risorsa stabile nel dibattito economico nazionale: media, istituzioni, opinion maker e mondo accademico riconoscono la qualità e la puntualità del nostro lavoro. Questa credibilità scientifica, unita alla nostra forza mediatica crescente, ha reso Unimpresa un interlocutore autorevoleanche sui tavoli più delicati.
Non si tratta però solo di numeri e dati. Si tratta di valori, di scelte morali. Oggi più che mai, abbiamo bisogno di un’associazione che parli il linguaggio della verità, della concretezza e della prossimità. Che stia accanto alle imprese anche nei momenti difficili, che sappia dare voce a chi è rimasto invisibile nel racconto mediatico del Paese. Che promuova una cultura dell’impresa basata non solo sul profitto, ma anche su responsabilità sociale, legalità e inclusione. Che abbia il coraggio di dire che senza piccole imprese non c’è democrazia economica.
Il mio ritorno alla guida non è il ritorno di un passato che vuole riproporsi. È l’avvio di una stagione nuova, che affonda le radici nella storia, ma guarda lontano. Una stagione in cui serviranno coraggio, ascolto, coerenza. Una stagione in cui voglio essere il garante di un passaggio generazionale ordinato, ma anche il custode di una identità forte, mai negoziabile.
A chi ha creduto in Unimpresa in questi anni, dico: restate con noi. A chi si sente solo o inascoltato, dico: avvicinatevi. A chi ha perso fiducia, dico: torniamo a crederci. Perché il futuro, se lo vogliamo, è ancora nostro.
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