
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Quanto è accaduto ieri a Torino non può essere liquidato come un episodio isolato, né archiviato nella categoria delle “intemperanze giovanili”. È qualcosa di più profondo, e proprio per questo più inquietante. Racconta di un disagio che non nasce all’improvviso, ma che matura nel tempo, nel silenzio, nell’abitudine a spingersi sempre un passo più in là senza incontrare argini.
Al centro c’è l’educazione dei giovani, o meglio ciò che di essa si è progressivamente indebolito. Non si tratta di nostalgia per un passato idealizzato, ma della constatazione che il rispetto delle regole non viene più percepito come un valore condiviso. Le regole non sono sentite come ciò che rende possibile la convivenza, ma come un fastidio da aggirare, un ostacolo da sfidare. Quando questo accade, il passaggio dall’irresponsabilità al danno collettivo diventa breve.
C’è poi un tema più ampio, che riguarda il senso dello Stato. Non lo Stato come entità astratta o apparato distante, ma come presenza riconoscibile, autorevole, coerente. Quando l’idea di Stato si dissolve, resta solo l’arbitrio individuale. E dove manca la percezione di un limite condiviso, la forza, l’eccesso, la trasgressione diventano linguaggi accettabili. Non perché siano giusti, ma perché sembrano non avere conseguenze.
Torino, città di lavoro, di scuola, di civiltà industriale e sociale, si è trovata improvvisamente a fare i conti con questa frattura. Non è una questione di ordine pubblico in senso stretto, ma di ordine morale e civile. È il segnale di una difficoltà crescente nel trasmettere il valore del rispetto: per gli spazi comuni, per le persone, per le istituzioni, per se stessi.
Il punto più delicato riguarda proprio i giovani. Non perché siano “il problema”, ma perché sono lo specchio di ciò che ricevono. Nessuna generazione cresce nel vuoto. Se il messaggio che passa è che le regole sono opzionali, che l’autorità è debole, che tutto è negoziabile, allora non sorprende che qualcuno scelga di testare fin dove ci si può spingere.
Non servono condanne sommarie né giustificazioni indulgenti. Serve una riflessione collettiva. Famiglia, scuola, comunità, luoghi di aggregazione: tutti sono chiamati a ricostruire un patto educativo che oggi appare logoro. Educare non significa reprimere, ma dare strumenti, indicare confini, assumersi responsabilità. Anche quella di dire dei “no” credibili.
Quanto accaduto a Torino ci ricorda che il rispetto delle regole non è un fatto secondario. È il cemento invisibile della vita comune. Quando si sgretola, non esplode subito. Prima si incrina, poi cede. E a quel punto non è più solo una città a pagarne il prezzo, ma l’intera società.
- Milano-Cortina, quando l’ospitalità diventa racconto globale - 13 Febbraio 2026
- L’intelligenza artificiale lascia la Terra? lo spazio come nuova frontiera del potere digitale - 12 Febbraio 2026
- Milano-Cortina 2026: il dovere della modernità e l’eredità del buon governo - 10 Febbraio 2026


