
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Per lungo tempo, il tempo libero è stato considerato uno spazio residuale: ciò che resta dopo il lavoro, dopo gli obblighi, dopo le necessità. Oggi, paradossalmente, pur essendo formalmente più esteso, appare sempre più svuotato.
Negli ultimi giorni, diversi segnali – dati, ricerche, testimonianze – hanno riportato al centro una difficoltà diffusa: quella di “staccare”. Non si tratta soltanto di una questione organizzativa. È una condizione più sottile, che riguarda il rapporto con il tempo e con se stessi.
La distinzione tra tempo produttivo e tempo personale si è progressivamente attenuata. Non esistono più confini netti. La connessione continua, resa possibile dalla tecnologia, ha dissolto le separazioni tradizionali. Il lavoro non finisce, si dilata. Ma anche il tempo libero non inizia davvero.
Il risultato è una forma di occupazione permanente. Anche nei momenti di pausa, la mente resta attiva, sollecitata, dispersa. Il tempo viene riempito, ma non abitato. Si susseguono attività, stimoli, contenuti, senza che si produca una vera discontinuità.
Questa trasformazione ha effetti che non sono immediatamente visibili. Non genera necessariamente stanchezza fisica, ma una fatica più profonda, legata alla mancanza di vuoti. Di intervalli. Di silenzi.
Il tempo libero, in questa prospettiva, non è più uno spazio di libertà, ma un’estensione attenuata delle stesse logiche che governano il resto della giornata. Viene organizzato, pianificato, talvolta performato.
Recuperare il senso del tempo libero significa, prima di tutto, restituirgli una funzione: quella di interrompere, di creare distanza, di permettere una forma di sottrazione. Senza questa capacità, il tempo smette di essere vissuto e diventa semplicemente attraversato.
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