di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Ci sono momenti in cui il Parlamento riesce a parlare con una sola voce. Momenti rari, preziosi, nei quali la dignità delle istituzioni incontra il dolore della società. L’approvazione unanime, al Senato, mercoledì 23 aprile, del disegno di legge che introduce il reato autonomo di femminicidio rappresenta uno di questi passaggi storici. Non soltanto per la portata normativa, ma per ciò che dice del Paese che stiamo cercando di diventare.
Non è usuale assistere a un voto in cui ogni parlamentare, senza distinzione di schieramento, riconosca che su certi temi non ci si divide. Perché il femminicidio non è una questione di parte, ma una ferita profonda del nostro vivere civile. Una piaga che attraversa il tempo, le classi sociali, i territori. Una violenza che ha nome, volto e – troppo spesso – silenzi.
Nel testo approvato si riconosce finalmente ciò che per anni è stato ignorato o minimizzato: la volontà di una donna di autodeterminarsi, di dire “no”, può diventare innesco di odio e morte. Il legislatore, in questo caso, ha saputo ascoltare le voci di chi, dentro e fuori l’aula parlamentare, ha chiesto di ampliare la definizione giuridica di femminicidio, includendo non solo il movente relazionale, ma anche ogni atto che limiti la libertà di una donna in quanto tale. È un passo avanti di civiltà.
E tuttavia non basta. La legge è necessaria, ma non è sufficiente. Una pena più severa non restituirà le vittime alle loro famiglie. Non proteggerà, da sola, chi oggi vive nella paura. Non salverà le figlie e i figli di chi è stata uccisa. Per questo il secondo pilastro della riforma, il fondo da 10 milioni di euro per gli orfani di femminicidio, è altrettanto importante. È un atto di giustizia verso chi ha perso tutto. È il tentativo di offrire una speranza laddove resta solo il trauma.
Ma ciò che resta ancora incompiuto è l’investimento educativo e culturale. Non ci può essere vera prevenzione senza una trasformazione profonda dei modelli relazionali. La violenza di genere nasce ben prima dell’aggressione fisica: si annida negli stereotipi, nelle dinamiche di possesso, nel linguaggio che disumanizza e svaluta. Ha radici antiche, strutturali. E va contrastata con altrettanta radicalità attraverso l’educazione affettiva, la formazione nelle scuole, la responsabilizzazione nelle famiglie.
Anche noi, come rappresentanza del mondo delle imprese, sentiamo di dover fare la nostra parte. Perché i luoghi di lavoro, così come le scuole e le comunità locali, sono parte essenziale del processo di cambiamento. Promuovere una cultura del rispetto, della parità, dell’ascolto, è compito di tutti: imprenditori, dirigenti, lavoratori. Nessuno escluso.
È un tema che tocca la dimensione umana ancor prima di quella politica o giuridica. Il dolore per Martina, per Michela, per le centinaia di donne vittime di femminicidio, non può e non deve diventare retorica. A loro si deve giustizia, ma anche memoria e impegno. Perché una legge può punire un crimine, ma solo la società può prevenire un’altra tragedia.
L’auspicio è che anche alla Camera il voto sia unanime. Non per compiacere un’opinione pubblica scossa, ma per onorare un principio: quello secondo cui la libertà delle donne è un bene comune, irrinunciabile, che merita tutela piena e concreta. Sempre.
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