
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Esiste un paradosso al cuore del dibattito sull’intelligenza artificiale: la tecnologia che più di ogni altra nella storia recente ha il potenziale di trasformare le strutture del potere — economico, militare, cognitivo — si sta sviluppando in assenza di qualsiasi forma credibile di governance globale. Le grandi potenze la finanziano senza regole condivise. Le imprese tecnologiche la commercializzano senza responsabilità proporzionali. I governi cercano di regolarla inseguendo un’innovazione che procede a una velocità che la politica fatica strutturalmente a seguire. Il risultato è una corsa in cui nessuno stabilisce le regole del percorso, e in cui il rischio non è distribuito democraticamente tra chi corre.
Gli Stati Uniti ospitano le aziende che guidano lo sviluppo — OpenAI, Google DeepMind, Anthropic, Meta — e hanno scelto un approccio sostanzialmente permissivo, fondato sull’autoregolazione e sull’innovazione come imperativo strategico. La Cina ha adottato un modello opposto: sviluppo accelerato sotto il controllo dello Stato, con l’intelligenza artificiale esplicitamente inserita nella strategia di primato tecnologico e militare. L’Europa ha scelto la terza via della regolazione: l’AI Act, primo corpus normativo organico al mondo sull’intelligenza artificiale, è entrato in vigore nel 2024 e stabilisce obblighi differenziati in base al livello di rischio dei sistemi. È un approccio serio, forse l’unico tentativo credibile di governare la tecnologia prima che i suoi effetti diventino irreversibili. Ma ha un limite strutturale: si applica al mercato europeo, non al mondo.
Il problema della governance dell’intelligenza artificiale è eminentemente globale, e le istituzioni multilaterali esistenti non sono attrezzate per affrontarlo. Il G7 ha prodotto principi sull’AI responsabile che hanno il peso di dichiarazioni di intenti. L’ONU ha istituito organi consultivi che elaborano raccomandazioni prive di forza vincolante. Nel frattempo, i modelli più potenti vengono addestrati, distribuiti e aggiornati senza che nessun organismo internazionale abbia la capacità di verificarne la sicurezza o valutarne gli impatti sistemici. È una situazione che ricorda, per certi aspetti, i primi decenni dell’era nucleare: una tecnologia di portata trasformativa che si diffonde prima che la comunità internazionale abbia trovato un accordo su come limitarla.
Per l’Italia e per le imprese italiane, la questione ha risvolti molto concreti. Chi controlla i modelli fondazionali controlla una parte crescente dell’infrastruttura cognitiva dell’economia globale. Dipendere interamente da modelli sviluppati all’estero — in termini di dati, algoritmi, infrastrutture di calcolo — è una forma di dipendenza strategica analoga a quella energetica, con conseguenze che si dispiegheranno nel tempo in modo silenzioso ma profondo. La sovranità digitale non è uno slogan nazionalista: è una condizione della capacità di un Paese di governare il proprio futuro.
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