Un welfare familiare che unisca Stato e imprese, con agevolazioni fiscali per le aziende che sostengono i propri dipendenti genitori. È la proposta avanzata dal consigliere nazionale di Unimpresa, Marco Massarenti, per affrontare la crisi demografica italiana, con le nascite crollate a 379mila nel 2023, il livello più basso dalla nascita dell’Italia moderna. L’iniziativa prevede un modello a due livelli: da un lato, un supporto pubblico universale per i redditi più bassi, con copertura di spese sanitarie e scolastiche; dall’altro, un sistema di welfare aziendale su misura, incentivato fiscalmente, che permetta anche alle piccole e medie imprese di offrire servizi come asili nido, rimborsi per tasse scolastiche o convenzioni sanitarie.
«La questione demografica è una questione di sistema e le nostre aziende sono pronte a fare la loro parte. Il welfare aziendale non è un costo, ma un investimento che aiuta le famiglie, trattiene i dipendenti e rende le imprese più competitive» spiega il consigliere nazionale di Unimpresa, Marco Massarenti.
Solo il 21,8% delle microimprese italiane dispone oggi di strumenti previdenziali, contro il 76,5% delle grandi aziende. La proposta mira, dunque, a colmare un divario strutturale, offrendo alle PMI un modello di intervento concreto, con effetti positivi sia sul piano sociale che economico.
«La natalità è una delle grandi questioni nazionali del nostro tempo. Non possiamo pensare di affrontarla soltanto con bonus temporanei o misure spot. Occorre un impegno condiviso: lo Stato garantisca un livello essenziale di supporto, le imprese facciano la loro parte e vengano incentivate a investire sul futuro dei lavoratori e delle loro famiglie. Il nostro sistema produttivo è fatto soprattutto di piccole e medie imprese, che rappresentano il motore dell’economia italiana. Se vogliamo davvero sostenere le famiglie e rilanciare la natalità, dobbiamo mettere queste aziende in condizione di offrire servizi di welfare alla pari dei grandi gruppi, grazie a un quadro fiscale chiaro e vantaggioso. Investire sul benessere dei genitori lavoratori significa rafforzare non solo la tenuta sociale, ma anche la produttività e la competitività delle imprese. È una sfida che riguarda tutti e che richiede risposte strutturali, non emergenziali» aggiunge il consigliere nazionale di Unimpresa
Il dato sulle nascite in Italia nel 2023 ha segnato un nuovo minimo storico: 379.000 bambini, il numero più basso dall’Unità d’Italia. Un livello che non solo allarma sul piano sociale, ma rappresenta una minaccia diretta alla sostenibilità del sistema economico e previdenziale del Paese. Il tasso di fertilità si conferma a 1,20 figli per donna, ben lontano dalla soglia di 2,1 necessaria a garantire il ricambio generazionale. È un dato che posiziona l’Italia tra i fanalini di coda in Europa e che conferma un trend ormai strutturale: la riduzione progressiva della popolazione attiva, con inevitabili ricadute sul mercato del lavoro, sui consumi interni e sulla spesa pensionistica.
Il quadro italiano mostra una cronica debolezza negli investimenti pubblici a sostegno della famiglia. Alla protezione sociale per la natalità e la cura dei figli viene destinato appena l’1,8% del PIL, contro una media europea del 2,3%. Questo scarto, che può sembrare contenuto, assume invece proporzioni rilevanti se confrontato con le tendenze di Paesi del Nord Europa, dove le politiche familiari costituiscono da anni un pilastro delle strategie di crescita e coesione sociale.
Crescere un figlio in Italia è sempre più oneroso: la spesa complessiva fino ai 18 anni è stimata tra i 150.000 e i 200.000 euro, con due voci particolarmente rilevanti, sanità e istruzione. Non sorprende dunque che il rischio di povertà infantile sia in crescita costante e colpisca ormai quasi un bambino su quattro (24,8%). Il sistema degli asili nido rappresenta un altro nodo critico. La copertura è ferma al 27,2% a livello nazionale, con un divario territoriale impressionante: nel Mezzogiorno si scende fino al 12,8%. Una carenza strutturale che penalizza soprattutto le madri, costrette spesso a rinunciare al lavoro per mancanza di alternative.
Sul fronte aziendale, i dati confermano una disparità significativa. Se il 76,5% delle grandi imprese dispone di fondi previdenziali e strumenti di welfare per i dipendenti, solo il 21,8% delle microimprese riesce a garantire analoghe opportunità. Si tratta di un gap che riflette la difficoltà delle PMI – che pure rappresentano il 90% del tessuto produttivo nazionale – a competere in termini di servizi con i grandi gruppi industriali. La combinazione di bassi investimenti pubblici, alti costi privati e disparità aziendali alimenta una spirale negativa: meno figli, meno forza lavoro, meno crescita. Se non si interviene con politiche mirate e strutturali, la riduzione delle nascite rischia di trasformarsi da emergenza sociale a crisi sistemica, capace di condizionare profondamente il futuro economico e politico dell’Italia.
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