
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
Da oggi il cosiddetto risiko bancario entra nel vivo: settembre sarà il mese decisivo, probabilmente, per gli sviluppi delle manovre in corso nel settore creditizio del Paese. Partiamo dalle due offerte pubbliche di scambio, interamente in azioni, annunciate nello stesso giorno da un consiglio di amministrazione: raramente il sistema bancario italiano aveva offerto un segnale così esplicito di quanto la partita del consolidamento sia ancora tutta da giocare. La mossa di Mps ha riaperto un capitolo che sembrava essersi assestato dopo le operazioni degli ultimi anni e lo ha fatto in un momento particolarmente delicato per il credito alle imprese, con i tassi ancora elevati e la disponibilità di prestiti alle piccole realtà produttive in contrazione strutturale da anni.
Il risiko bancario italiano ha una lunga storia fatta di fusioni, acquisizioni e resistenze, e ogni nuova mossa merita di essere valutata non solo con la lente degli equilibri azionari, ma soprattutto con quella degli effetti reali sull’economia produttiva. La domanda che le imprese, in particolare quelle piccole e medie, si pongono di fronte a ogni operazione di questo tipo è sempre la stessa: il consolidamento porterà maggiore solidità e capacità di finanziamento, oppure si tradurrà nell’ennesima riduzione degli sportelli territoriali e in una più marcata distanza tra banca e cliente, soprattutto nei territori più periferici del Paese?
L’esperienza degli ultimi vent’anni offre indicazioni contrastanti. Da un lato, banche più grandi e patrimonialmente più solide hanno maggiore capacità di assorbire shock macroeconomici e di sostenere volumi di credito significativi anche in fasi di tensione sui mercati. Dall’altro, la progressiva concentrazione del sistema bancario ha spesso coinciso con una minore attenzione al credito di prossimità, quello che le piccole imprese, gli artigiani e i professionisti conoscono bene: il rapporto diretto con un funzionario che valuta l’affidabilità di un’azienda anche al di là dei soli parametri automatici dei sistemi di rating.
Le operazioni di scambio in azioni, peraltro, presentano una caratteristica che merita attenzione: non comportano un esborso immediato di liquidità, ma ridisegnano gli assetti proprietari e, con essi, le strategie industriali e commerciali degli istituti coinvolti. È in questa fase, quella della definizione delle linee guida del nuovo soggetto risultante dall’operazione, che si gioca davvero la partita per le imprese clienti. Se il nuovo gruppo deciderà di rafforzare le strutture dedicate al credito alle PMI, con competenze specifiche settoriali e territoriali, l’operazione potrà rappresentare un’opportunità. Se invece prevarrà la logica della razionalizzazione dei costi attraverso la chiusura di filiali e l’ulteriore standardizzazione dei processi di erogazione, il rischio è che le imprese più piccole, quelle meno strutturate per interfacciarsi con procedure interamente digitalizzate, ne escano penalizzate.
Va inoltre considerato il contesto più ampio in cui questa operazione si inserisce. La Banca centrale europea mantiene da mesi un orientamento restrittivo sui tassi, e il costo del credito per le imprese italiane resta tra i più elevati dell’area euro. In questo scenario, la stabilità patrimoniale degli istituti bancari non è un tema che riguarda solo gli azionisti e i mercati finanziari, ma tocca direttamente la capacità del sistema produttivo di finanziare investimenti, innovazione e capitale circolante. Un sistema bancario più solido, se accompagnato da una vera attenzione al territorio, può essere un fattore di stabilità anche per le imprese.
Seguiremo con attenzione gli sviluppi di questa operazione, ricordando alle istituzioni di vigilanza e agli attori coinvolti che il consolidamento bancario non può essere valutato soltanto con i parametri della finanza. Ogni operazione di questa portata dovrebbe essere accompagnata da un impegno esplicito a preservare, e possibilmente rafforzare, i canali di finanziamento dedicati alle piccole e medie imprese, che restano il motore occupazionale del Paese pur scontando da anni una condizione di svantaggio strutturale nell’accesso al credito rispetto alle realtà di maggiori dimensioni. Il risiko bancario riguarda i vertici degli istituti, ma le sue conseguenze si misurano, in ultima analisi, nelle filiali di provincia e nei bilanci delle imprese che vi si rivolgono ogni giorno.
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