
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Il Consiglio dei ministri ha approvato questa settimana un disegno di legge che ridisegna uno dei capisaldi del diritto penale minorile italiano, risalente in larga parte al codice Rocco: il principio secondo cui la capacità di intendere e di volere di un minore tra i quattordici e i diciotto anni deve essere accertata caso per caso dal giudice. Con la nuova norma, quella capacità si presume, salvo prova contraria. È un’inversione dell’onere della prova che il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha definito il tassello finale di un percorso avviato con il decreto Caivano, presentandola come una risposta necessaria a un aumento della criminalità giovanile che, a suo dire, rende urgente facilitare le indagini.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affidato a un videomessaggio la sintesi politica del provvedimento: chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni, anche quando è minorenne, e chi aggredisce, rapina o devasta deve pagare sempre, che abbia quindici o sedici anni. È un linguaggio che punta dritto alla percezione diffusa di insicurezza, in particolare in relazione ai fenomeni di violenza giovanile di gruppo che negli ultimi anni hanno occupato le cronache di molte città italiane, dalle risse tra baby gang alle aggressioni nelle aree della movida. Le opposizioni non hanno tardato a far sentire la propria voce, e con toni netti.
Il merito della questione, al netto della contrapposizione politica ormai rituale tra maggioranza e opposizioni su ogni provvedimento in materia di sicurezza, meriterebbe una discussione meno polarizzata di quanto il dibattito pubblico italiano riesca solitamente a concedersi. Da un lato, è innegabile che l’accertamento caso per caso della capacità di intendere e di volere, per quanto garantista nella sua impostazione originaria, abbia in alcune circostanze allungato i tempi processuali e reso meno tempestiva la risposta dello Stato a episodi di violenza che coinvolgono minorenni sempre più vicini alla maggiore età. Dall’altro, la storia recente delle politiche sulla sicurezza minorile in Italia racconta di una sequenza di interventi normativi susseguitisi a ritmo serrato — dal decreto Caivano ai successivi decreti sicurezza — che non sembra, a giudicare dai numeri stessi citati dal governo sulle operazioni di controllo del territorio, aver ancora invertito la tendenza di fondo.
Il rischio, in questo tipo di riforme, è che la dimensione simbolica finisca per prevalere su quella sostanziale. Una norma che sposta l’onere della prova non modifica, di per sé, le condizioni sociali, familiari ed economiche che spingono un adolescente verso comportamenti violenti o devianti. Interviene sul momento processuale, non sulle cause a monte. È legittimo, e per certi versi doveroso, che uno Stato di diritto si doti di strumenti più rapidi ed efficaci per perseguire reati gravi commessi da minorenni prossimi alla maggiore età; è altrettanto legittimo domandarsi se questo intervento, da solo, sia sufficiente a incidere su un fenomeno che affonda le proprie radici in dinamiche sociali assai più complesse della sola cornice giudiziaria.
Il provvedimento dovrà ora affrontare l’iter parlamentare, un passaggio che offre l’occasione per un confronto nel merito meno affidato agli slogan e più ancorato ai dati concreti sull’efficacia delle misure già adottate. Sarebbe un errore, per la maggioranza, liquidare le obiezioni delle opposizioni come mero ostruzionismo ideologico; sarebbe altrettanto un errore, per le opposizioni, negare che esista un problema reale di crescente esposizione dei minorenni a contesti di violenza, che merita risposte concrete e non soltanto appelli alla prevenzione. Tra fermezza e prevenzione, come ha ammesso la stessa premier in altre occasioni, non esiste una scelta netta: servono entrambe, calibrate con intelligenza. Resta da vedere se il dibattito parlamentare saprà offrire quella calibrazione, o se anche questa riforma finirà per essere ricordata più per la sua eco mediatica che per il suo impatto reale sulla sicurezza dei più giovani.
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