
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
L’Italia è un Paese ricco di patrimonio e povero di fiducia. Abbiamo case, risparmi, attività finanziarie, una ricchezza familiare accumulata in decenni di lavoro. Eppure questa ricchezza spesso resta immobile. Non diventa investimento, non diventa consumo, non diventa nuova impresa. È come se una parte importante del Paese tenesse il motore acceso ma il freno tirato.
La spiegazione non è solo economica. È psicologica, sociale, istituzionale. Le famiglie hanno imparato a essere prudenti perché hanno attraversato crisi ripetute: pandemia, inflazione, caro energia, tassi alti, guerre, incertezza internazionale. Quando gli shock diventano frequenti, la prudenza diventa abitudine.
Ma un Paese non cresce soltanto perché possiede ricchezza. Cresce quando quella ricchezza circola, finanzia progetti, sostiene imprese, accompagna giovani, migliora abitazioni, alimenta innovazione. Perché questo accada, servono fiducia e strumenti semplici. Non tutti possono o vogliono investire in prodotti complessi. Molti chiedono trasparenza, sicurezza, educazione finanziaria, consulenza accessibile.
La ricchezza privata italiana è una grande risorsa nazionale, ma non può sostituire politiche pubbliche efficaci. Non possiamo pensare che siano sempre le famiglie a compensare le carenze del welfare, ad aiutare i figli, a sostenere gli anziani, a coprire le fragilità.
La fiducia è il ponte tra patrimonio e futuro. Senza quel ponte, anche una società ricca può sentirsi povera di prospettive.





