In Italia circa quattro accessi su dieci (cioè il 40%) ai Pronto Soccorso riguardano codici a bassa priorità, pazienti che non necessitano di cure urgenti ma che finiscono comunque nei reparti di emergenza perché il sistema territoriale non è in grado di offrire risposte rapide ed efficaci.
È il dato di partenza dell’analisi di Unimpresa che fotografa una criticità ormai strutturale del Servizio sanitario nazionale.
Secondo Unimpresa, l’elevata quota di accessi impropri rappresenta il sintomo più evidente di un modello organizzativo sbilanciato sull’ospedale e poco orientato alla presa in carico sul territorio.
Le strutture di cure intermedie e gli ospedali di comunità, pensati per alleggerire la pressione sui Pronto Soccorso e garantire continuità assistenziale, faticano infatti a svolgere pienamente il proprio ruolo, nonostante gli investimenti infrastrutturali realizzati negli ultimi anni.
Il nodo centrale resta quello dei processi gestionali: procedure complesse, tempi lunghi e un carico burocratico eccessivo scoraggiano l’utilizzo delle cure territoriali da parte dei medici di medicina generale, che spesso finiscono per indirizzare i pazienti verso il Pronto Soccorso come unica via praticabile. Una dinamica che alimenta il sovraffollamento dei PS e riduce l’efficacia complessiva del sistema.
A questo si aggiunge il tema della carenza di personale sanitario, aggravata da retribuzioni non competitive e da mansioni amministrative che sottraggono tempo all’attività clinica. In alcune aree del Paese, in particolare nelle zone di confine, il problema assume una dimensione ancora più critica a causa del forte differenziale salariale con l’estero, che incentiva l’esodo di medici e infermieri.
Unimpresa richiama l’attenzione sulle esperienze regionali dove la semplificazione delle procedure ha prodotto risultati concreti: la riduzione degli accessi impropri ai Pronto Soccorso dimostra che intervenire sull’organizzazione, prima ancora che sulle strutture, è la leva decisiva per migliorare l’efficienza del sistema e la qualità dell’assistenza.
In questo quadro nazionale si inserisce anche il caso di Luino, emblematico delle difficoltà delle aree di frontiera.
«Il 40% di accessi impropri ai Pronto Soccorso dice che il problema non è la mancanza di muri, ma di funzionamento del sistema. Inaugurare nuove strutture è solo metà del lavoro: senza processi semplici, personale valorizzato e meno burocrazia, gli ospedali di comunità rischiano di restare scatole vuote, mentre i Pronto Soccorso continuano a scoppiare. Nelle zone di confine questo significa anche perdere professionisti attratti da stipendi più alti oltre frontiera. Serve un cambio di passo gestionale, subito, per non indebolire ulteriormente la sanità dei territori» commenta il consigliere nazionale di Unimpresa con delega alla sanità, Marco Massarenti.
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