Il Primo maggio torna ogni anno con la sua ritualità, ma anche con una domanda che non perde attualità: che cosa significa oggi celebrare il lavoro? Non è più soltanto una ricorrenza sindacale o una giornata simbolica. È, piuttosto, un’occasione per interrogarsi sulla qualità della crescita, sulla solidità dell’occupazione, sull’equilibrio tra diritti e sviluppo.
Il lavoro non nasce per decreto. Nasce nelle imprese. È lì che si crea valore, che si investe, che si rischia. È lì che si costruiscono opportunità, soprattutto quando le imprese sono messe nelle condizioni di operare con stabilità, con regole chiare, con un orizzonte prevedibile. Senza un tessuto imprenditoriale vitale, il lavoro si riduce a promessa.
Ma non basta creare occupazione. Conta la sua qualità. Conta la sua stabilità. Conta la possibilità, per chi lavora, di guardare al futuro con una ragionevole sicurezza. In questo senso, i diritti non sono un vincolo alla crescita. Sono la condizione perché la crescita sia sostenibile e condivisa.
Il tema, oggi, è proprio questo equilibrio. Da un lato, un’economia che deve restare competitiva, capace di attrarre investimenti, di innovare, di reggere la concorrenza internazionale. Dall’altro, la tutela di chi lavora, che non può essere sacrificata in nome dell’efficienza. È un punto delicato, che non si risolve con slogan, ma con politiche coerenti.
Negli ultimi anni il mercato del lavoro ha mostrato segnali di miglioramento. L’occupazione è cresciuta, ma resta il problema della sua qualità: contratti fragili, salari che faticano a tenere il passo dell’inflazione, disuguaglianze territoriali che non si riducono. Il rischio è quello di una crescita che non si traduce in benessere diffuso.
Per questo il Primo maggio dovrebbe essere meno celebrativo e più riflessivo. Non per ridimensionare il valore del lavoro, ma per riportarlo al centro delle scelte economiche. Le imprese devono essere sostenute, non ostacolate. Ma devono anche essere parte di un patto sociale che riconosce il valore del lavoro e lo tutela.
Non esiste sviluppo senza impresa. Ma non esiste impresa senza lavoro. È una relazione che va preservata, soprattutto in una fase in cui le trasformazioni tecnologiche e produttive rischiano di accentuare le fragilità.
Il lavoro resta, in fondo, il principale fattore di coesione sociale. E la sua qualità misura la qualità della democrazia. Celebrare il Primo maggio significa ricordarlo, senza retorica. Con la consapevolezza che il futuro del lavoro dipende dalle scelte di oggi. E dalla capacità di tenere insieme crescita e diritti.
Classe 1954, imprenditore, inizia il suo percorso professionale a Castellammare di Stabia, cittadina affacciata sul Golfo di Napoli, dove tuttora risiede. Dopo una prima esperienza nell’azienda di famiglia, specializzata nel comparto florovivaistico e agroalimentare, decide di investire nel settore dei servizi alle imprese, fonda così l’Associazione Imprese Artigiane della provincia di Napoli, una innovativa e dinamica realtà di servizi orientati alle esigenze del mercato delle PMI, costituita con un gruppo di imprenditori. Si è fatto promotore di molte iniziative. Tra queste, l’organizzazione di scuole estive di management per Quadri e Dirigenti, compagne di comunicazione, convegni e seminari incentrati sui temi della rappresentatività e sulle problematiche delle imprese. Nel 2003, ispirandosi alla nuova regolamentazione europea riguardo le PMI, e dopo un’attenta e scrupolosa riflessione, insieme con un ristretto e qualificato gruppo dei soci fondatori, decide di trasformare l’Associazione Imprese Artigiane in una Confederazione a carattere nazionale denominandola UNIMPRESA, Unione Nazionale di Imprese. Nel 2009 viene insito del premio Guido D’Orso per il contributo che l’associazionismo delle pmi, basato su principi etici e di solidarietà tra le persone, ha dato e potrà dare per un reale sviluppo economico e sociale del mezzogiorno. Nel 2025 ha ricevuto l’Attestato al merito dell’operosità aristocrazia del lavoro dall’unione della Legion d’Oro quale riconoscimento delle particolari benemerenze acquisite nel campo della sua attività professionale nel settore dei servizi alle imprese. Sotto la sua guida, la Confederazione ha raggiunto ragguardevoli traguardi.
Classe 1954, imprenditore, inizia il suo percorso professionale a Castellammare di Stabia, cittadina affacciata sul Golfo di Napoli, dove tuttora risiede. Dopo una prima esperienza nell’azienda di famiglia, specializzata nel comparto florovivaistico e agroalimentare, decide di investire nel settore dei servizi alle imprese, fonda così l’Associazione Imprese Artigiane della provincia di Napoli, una innovativa e dinamica realtà di servizi orientati alle esigenze del mercato delle PMI, costituita con un gruppo di imprenditori. Si è fatto promotore di molte iniziative. Tra queste, l’organizzazione di scuole estive di management per Quadri e Dirigenti, compagne di comunicazione, convegni e seminari incentrati sui temi della rappresentatività e sulle problematiche delle imprese. Nel 2003, ispirandosi alla nuova regolamentazione europea riguardo le PMI, e dopo un’attenta e scrupolosa riflessione, insieme con un ristretto e qualificato gruppo dei soci fondatori, decide di trasformare l’Associazione Imprese Artigiane in una Confederazione a carattere nazionale denominandola UNIMPRESA, Unione Nazionale di Imprese. Nel 2009 viene insito del premio Guido D’Orso per il contributo che l’associazionismo delle pmi, basato su principi etici e di solidarietà tra le persone, ha dato e potrà dare per un reale sviluppo economico e sociale del mezzogiorno. Nel 2025 ha ricevuto l’Attestato al merito dell’operosità aristocrazia del lavoro dall’unione della Legion d’Oro quale riconoscimento delle particolari benemerenze acquisite nel campo della sua attività professionale nel settore dei servizi alle imprese. Sotto la sua guida, la Confederazione ha raggiunto ragguardevoli traguardi.
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