Per sostenere davvero le piccole e medie imprese nel biennio 2026–2027 serve un intervento strutturale sul fisco, capace di ridurre il carico effettivo, semplificare gli adempimenti e rendere accessibili gli incentivi agli investimenti.
È quanto emerge da un documento di Unimpresa, contenente una serie di suggerimenti per governo e Parlamento, basato sui principali nodi che continuano a frenare la crescita del tessuto produttivo.
Secondo le proposte di Unimpresa, la leva dell’Ires va ripensata per trasformarsi da incentivo teorico a strumento realmente utilizzabile: i vincoli oggi previsti, come l’accantonamento dell’80% degli utili e gli obblighi occupazionali rigidi, dovrebbero essere alleggeriti per non immobilizzare liquidità essenziale alle pmi.
Al centro anche il tema della pressione fiscale, che nel 2026 resta al 42,8% del pil e che, considerando costi di compliance e tributi indiretti, supera il 47%, arrivando al 47,6% per chi opera nella piena legalità. Una distanza che riduce competitività rispetto ai principali partner europei e richiede un intervento mirato sul carico reale più che su quello nominale.
Sul fronte degli investimenti, le pmi chiedono incentivi più semplici e meno onerosi: oggi l’accesso alle agevolazioni per digitalizzazione ed efficientamento energetico comporta costi amministrativi medi di circa 15mila euro per impresa, un ostacolo significativo soprattutto per le realtà più piccole.
Necessario anche rendere più competitivo il sostegno agli investimenti in beni strumentali: con l’iper-ammortamento il risparmio fiscale massimo si ferma al 43,2%, inferiore al precedente credito d’imposta del 45%, riducendo l’attrattività degli investimenti più avanzati.
Sul credito, viene segnalata l’urgenza di rafforzare gli strumenti esistenti alla luce della contrazione dei prestiti alle micro-imprese (-3,5% nell’ultimo anno), mentre le risorse destinate ai finanziamenti agevolati per il 2026 e il 2027 appaiono limitate rispetto alle esigenze del sistema produttivo.
Infine, forte attenzione alla burocrazia fiscale: le pmi spendono mediamente 5.200 euro l’anno solo per gli adempimenti ordinari, una “tassa invisibile” che sottrae risorse a investimenti e occupazione.
Prioritaria anche una piena operatività delle Zes, dove oggi solo il 60,3% delle imprese potenzialmente beneficiarie riesce ad accedere alle agevolazioni.
Il messaggio complessivo è chiaro: per il 2026–2027 serve un fisco più semplice, meno oneroso e realmente orientato alla crescita delle pmi, pilastro dell’economia italiana.
«Le piccole e medie imprese italiane entrano nel biennio 2026–2027 con un quadro ormai ben definito, fatto di vincoli strutturali che continuano a condizionare la capacità di investire, crescere e competere. I nodi principali sono noti: un carico fiscale elevato, incentivi che sulla carta appaiono rilevanti ma che nella pratica risultano difficilmente accessibili, una burocrazia che assorbe risorse e tempo, e strumenti di sostegno al credito che faticano a compensare la contrazione dei finanziamenti bancari. È da questa realtà, misurabile anche nei numeri, che occorre partire per capire cosa serva davvero alle pmi nei prossimi anni» spiega il consigliere nazionale di Unimpresa, Marco Salustri.
Secondo Unimpresa, uno dei temi centrali resta la tassazione sugli utili. La riduzione dell’aliquota Ires dal 24% al 20% può rappresentare una leva importante per stimolare gli investimenti, ma solo se le condizioni di accesso sono compatibili con la struttura finanziaria delle piccole imprese.
L’obbligo di accantonare l’80% degli utili in una riserva vincolata e di destinare poi almeno il 30% di tale riserva, o comunque non meno del 24% dell’utile dell’anno precedente con una soglia minima di 20.000 euro, all’acquisto di beni strumentali 4.0 o 5.0, limita fortemente la platea dei potenziali beneficiari.
A questi vincoli si sommano requisiti occupazionali rigidi, come l’aumento dell’1% della forza lavoro con almeno una nuova assunzione a tempo indeterminato e il divieto di ricorrere alla cassa integrazione. Per molte pmi, che operano con margini ridotti e sono esposte alle oscillazioni dei costi energetici e finanziari, immobilizzare una quota così rilevante degli utili significa rinunciare alla liquidità necessaria per la gestione ordinaria. Nel biennio 2026–2027, rendere questa leva fiscale davvero efficace passa quindi dalla necessità di alleggerire i vincoli e adattarli alla realtà dimensionale e settoriale delle imprese.
Accanto alla tassazione sugli utili, il tema più ampio della pressione fiscale continua a pesare in modo decisivo. Nel 2026 il carico complessivo si attesta al 42,8% del PIL, lo stesso livello del 2025 e il valore più alto degli ultimi dieci anni. Nel 2023 era al 41,2%, con un aumento di 1,6 punti percentuali in soli due anni, e le previsioni indicano un ulteriore incremento al 42,9% nel 2027.
Nel confronto europeo, l’Italia si colloca tra i Paesi con la pressione fiscale più elevata, superando economie concorrenti come Spagna e Germania. Ma il dato più critico è quello della pressione fiscale reale, che includendo costi di compliance, tributi locali e oneri indiretti supera il 47% e arriva al 47,6% se si considera che nel pil rientra anche un’economia sommersa stimata al 10,5%. È su questo scarto tra dato ufficiale e carico effettivo che si gioca una parte decisiva della competitività delle pmi nei prossimi anni.
La distanza tra teoria e pratica emerge con forza anche sul terreno degli incentivi agli investimenti. Digitalizzazione ed efficientamento energetico restano obiettivi imprescindibili, ma il costo amministrativo per accedere ai benefici rappresenta spesso un ostacolo concreto. Le certificazioni richieste, le verifiche ex-ante ed ex-post e le perizie tecniche generano oneri che arrivano mediamente a 15.000 euro per impresa, una cifra significativa per aziende di piccole dimensioni.
Nel 2026 e nel 2027, senza una semplificazione sostanziale delle procedure, il rischio è che gli incentivi continuino a essere utilizzati solo da chi dispone di strutture amministrative adeguate, lasciando fuori una parte rilevante del tessuto produttivo.
Il sostegno agli investimenti in beni strumentali rappresenta un altro snodo cruciale. Il meccanismo dell’iper-ammortamento prevede maggiorazioni del costo di acquisizione pari al 180% fino a 2,5 milioni di euro, al 100% tra 2,5 e 10 milioni e al 50% tra 10 e 20 milioni. Con un’aliquota Ires del 24%, il risparmio massimo si ferma al 43,2%, inferiore rispetto al precedente credito d’imposta diretto del 45%. In assenza di ulteriori correttivi, la riduzione dell’intensità dell’incentivo e l’introduzione di vincoli aggiuntivi rischiano di frenare proprio gli investimenti più avanzati, quelli che dovrebbero sostenere la produttività nel medio periodo.
Sul fronte del credito, la situazione resta delicata. I prestiti alle micro-imprese si sono ridotti del 3,5% nell’ultimo anno, mentre le risorse destinate agli strumenti di finanziamento agevolato, come la Nuova Sabatini, appaiono limitate rispetto alle esigenze del sistema produttivo. I 200 milioni previsti per il 2026 e i 450 milioni per il 2027 rappresentano un segnale, ma difficilmente possono compensare una contrazione così marcata del credito bancario. Senza un rafforzamento degli strumenti esistenti e una maggiore rapidità nelle procedure, l’accesso ai finanziamenti continuerà a essere uno dei principali freni alla crescita delle pmi.
A gravare sulle imprese non è solo il prelievo fiscale in senso stretto, ma anche la burocrazia. Le pmi italiane spendono mediamente 5.200 euro l’anno per gli adempimenti fiscali ordinari, una vera e propria “tassa invisibile” che sottrae risorse a investimenti, innovazione e occupazione. Ridurre il numero di scadenze, semplificare i modelli e migliorare il coordinamento tra amministrazioni diventa quindi una priorità economica, non solo amministrativa, per il biennio 2026–2027.
Infine, il tema dello sviluppo territoriale, in particolare nel Mezzogiorno, resta centrale. Le risorse destinate alle Zes rappresentano un’opportunità significativa, ma l’attuazione è rallentata da istruttorie lente, incertezza sulle regole applicative e sovrapposizione di competenze. Il fatto che le imprese beneficiarie si fermino al 60,3% dimostra che il potenziale dello strumento non è ancora pienamente espresso. Senza un’accelerazione dei processi e una maggiore chiarezza operativa, anche nei prossimi anni il rischio è quello di un utilizzo parziale delle risorse disponibili.
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