
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
La Conferenza di Bruxelles sul Piano Mattei segna per l’Italia un passaggio importante. La Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha presentato l’iniziativa come un ponte strategico tra Europa e Africa, ribadendo un concetto tanto semplice quanto decisivo: investire nel continente africano non è un atto di generosità, ma un investimento nel futuro europeo. È una verità che per troppo tempo abbiamo preferito ignorare.
Il Piano, così come delineato a Bruxelles, è ambizioso. Coinvolge quattordici Paesi africani, mobilita oltre un miliardo di euro italiani e si innesta in investimenti europei per ulteriori 1,2 miliardi. Non si tratta soltanto di aiuti, ma di progetti concreti: il Corridoio di Lobito, infrastruttura strategica per collegare Atlantico e Africa centrale; lo sviluppo delle filiere agricole — dal caffè ad altre produzioni ad alto valore — per creare lavoro e reddito locali; l’estensione del cavo Blue Raman, che avvicina digitalmente Africa, Medio Oriente ed Europa; fino all’AI Hub di Roma, segno di una collaborazione tecnologica che guarda al domani più che all’assistenza tradizionale.
Sono iniziative che, almeno sulla carta, spostano l’approccio europeo dall’emergenza alla cooperazione strutturale. Per anni ci siamo limitati a rincorrere crisi migratorie, instabilità politiche, conflittualità interne. Il Piano Mattei prova invece a impostare un metodo diverso: investire nelle capacità africane, nelle infrastrutture, nelle filiere produttive. Fare dell’Africa non un problema da contenere, ma un partner da valorizzare.
Ma accanto all’ambizione occorre prudenza. La storia delle relazioni tra Europa e Africa è fatta anche di promesse irrealizzate, di fondi annunciati e poi mai realmente dispiegati, di progetti rimasti sulla carta. La sfida, questa volta, non è tanto politica quanto gestionale: garantire tempi certi, governance trasparente, continuità al di là dei cicli elettorali. Nessuna partnership può reggersi se i beneficiari percepiscono l’Europa come un interlocutore disattento o intermittente.
L’Italia, con questo Piano, rivendica un ruolo di ponte tra i continenti. Una definizione suggestiva, che ha radici nella nostra storia economica e culturale. Ma un ponte, per essere credibile, deve poggiare su fondamenta solide: competenze tecniche, capacità diplomatiche, coinvolgimento del settore privato e una visione di lungo periodo che non si esaurisca nei vertici internazionali.
L’Africa è un continente giovane, in espansione, attraversato da enormi energie ma anche da profonde fragilità. L’Europa, al contrario, è un continente demograficamente anziano, che rischia di perdere slancio e competitività. La collaborazione non è un’opzione, è una necessità per entrambi.
Il Piano Mattei sarà giudicato non dalle parole di Bruxelles, ma dai cantieri aperti, dai collegamenti realizzati, dai posti di lavoro creati nei Paesi partner. L’Italia ha assunto una responsabilità: aprire una stagione nuova nelle relazioni euro-africane.
Se sarà all’altezza delle sue promesse, avremo costruito davvero un ponte. Se resterà un elenco di buone intenzioni, avremo perso un’occasione — forse l’ultima — per ridisegnare il nostro ruolo nel Mediterraneo e nel mondo.
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