
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Gli italiani continuano a risparmiare. È una virtù antica, una forma di prudenza, quasi un tratto culturale. Ma oggi dietro il risparmio non c’è sempre serenità. Spesso c’è paura. Paura di una spesa imprevista, di una malattia, di una bolletta troppo alta, di un lavoro che cambia, di un figlio da aiutare.
I consumi crescono poco perché molte famiglie vivono in equilibrio precario. Anche quando il reddito aumenta, una parte viene trattenuta. Non per mancanza di desideri, ma per eccesso di incertezza. La fiducia non si misura solo nei sondaggi: si vede quando una famiglia decide di cambiare auto, ristrutturare casa, iscrivere un figlio a un corso, concedersi una vacanza.
Il problema è che il risparmio, se resta fermo per paura, non diventa energia per l’economia. Non sostiene consumi, non alimenta investimenti, non aiuta le imprese. Allo stesso tempo non possiamo chiedere alle famiglie di spendere se non si sentono protette. Prima viene la sicurezza: redditi adeguati, servizi pubblici affidabili, sanità accessibile, scuola efficiente, stabilità del lavoro.
C’è poi una frattura sociale da non ignorare. Le famiglie più solide riescono a risparmiare e investire. Quelle più fragili, invece, consumano quasi tutto per le spese essenziali. Parlare genericamente di “risparmio degli italiani” rischia di nascondere differenze enormi.
La fiducia economica nasce da una cosa molto concreta: la sensazione che il mese prossimo non sarà peggiore di quello appena passato.to dai diritti che possediamo. Dipende anche dalla capacità di comprendere le conseguenze delle nostre scelte. E oggi, sempre più spesso, quelle scelte passano attraverso il denaro.





