
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
C’è un numero che non compare mai nei discorsi sulla riduzione del debito pubblico, nelle conferenze stampa di governo, nelle audizioni parlamentari sulla manovra. È il numero degli immobili di proprietà dello Stato gestiti dall’Agenzia del Demanio: 45.774 beni, tra fabbricati e terreni, per un valore complessivo di 64 miliardi di euro. Sessantaquattro miliardi. Quasi tre volte le risorse mobilitate dall’intera legge di bilancio 2025.
Quanto ha ricavato lo Stato da questo patrimonio nel 2025? Venti virgola sette milioni di euro. Non miliardi: milioni. Meno di quanto spende in un giorno per interessi sul debito.
I dati del Rendiconto Generale dello Stato 2025 descrivono un sistema di valorizzazione immobiliare pubblica che esiste sulla carta e si inceppa nella realtà. La Cabina di regia per la valorizzazione e dismissione del patrimonio immobiliare pubblico si è insediata ufficialmente nel novembre 2024. Il programma nazionale pluriennale di valorizzazione che avrebbe dovuto adottare — previsto per legge — non risulta ancora adottato. INVIMIT SGR, la società di gestione del risparmio interamente controllata dal MEF nata proprio per valorizzare e dismettere beni pubblici attraverso fondi immobiliari, ha perfezionato vendite complessive per circa 480 milioni dall’avvio della sua operatività: una media di circa 40 milioni l’anno in oltre un decennio. Numeri rispettabili per una boutique immobiliare privata; irrisori per uno stock da 64 miliardi.
Il problema non è la scarsità del patrimonio. È la paralisi istituzionale che impedisce di trasformarlo in risorsa. Le cause sono note: il mutato scenario geopolitico ha indotto il Ministero della Difesa a rivalutare le proprie esigenze operative, bloccando dismissioni già pianificate; molti beni “non rispondono più alle aspettative in termini di condizioni strutturali, risultando poco appetibili anche per le altre amministrazioni potenzialmente interessate”; l’Agenzia del Demanio incontra difficoltà nell’individuare le amministrazioni chiamate a subentrare nella gestione. Si delinea una burocrazia del trasferimento nella quale ogni passaggio genera ritardi, e nessuna struttura ha l’incentivo reale a concludere.
Nel frattempo, il debito pubblico si avvicina al 140% del PIL e il costo degli interessi passivi ha raggiunto 87,1 miliardi nel 2025: la voce di spesa pubblica più pesante dopo le pensioni. Ogni anno che passa senza un piano credibile di valorizzazione immobiliare costa al bilancio dello Stato — e ai contribuenti — decine di miliardi in interessi che non si abbattono con le buone intenzioni.
Non si tratta di svendere il patrimonio pubblico. Si tratta di avere il coraggio di una scelta politica chiara: individuare i beni non strategici, valorizzarli attraverso strumenti di mercato — fondi immobiliari, partnership pubblico-privato, operazioni di permuta con gli enti locali — e destinare i proventi a riduzione sistematica dello stock di debito. Ogni miliardo abbattuto genera un risparmio permanente di 35-40 milioni di interessi passivi all’anno. Dieci miliardi di dismissioni ben gestite varrebbero 350-400 milioni annui di minore spesa per interessi: più di quanto rende l’intera web tax.
La Cabina di regia è uno strumento idoneo. Quello che manca è il programma che avrebbe dovuto adottare, e che a oltre un anno dal suo insediamento non è ancora stato varato. Unimpresa chiede al Governo di fissare una scadenza non prorogabile: il programma nazionale pluriennale di valorizzazione entro la fine del 2026, con obiettivi quantitativi vincolanti e rendicontazione annuale al Parlamento. Il patrimonio pubblico non è un archivio della memoria: è un asset produttivo che appartiene a tutti i cittadini e che, nella sua inerzia, continua a costare.
- Novecento milioni a Google: la posta in gioco oltre la multa - 8 Agosto 2026
- Un milione di dollari al giorno: la nuova mappa energetica di Eni in Asia - 6 Agosto 2026
- Tredici miliardi e trenta giorni: nasce il colosso Poste-Tim - 4 Agosto 2026





