
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
C’è un principio elementare che dovrebbe valere in ogni latitudine, in ogni stagione politica, al di là di qualsiasi contesa: il Pontefice romano non è un avversario. Non lo è per i credenti, che gli devono rispetto e obbedienza spirituale. Non lo è per i non credenti, che pure riconoscono nel Vescovo di Roma una delle figure morali più alte e più ascoltate del pianeta. E non dovrebbe esserlo nemmeno per chi guida le nazioni, perché attaccare il Papa non è una scelta di politica estera: è un errore di statura.
Eppure accade. Accade che il capo di un governo, pur potente e pur eletto dalla volontà popolare, si senta autorizzato a rivolgere critiche pubbliche al Successore di Pietro. Accade che la logica del conflitto permanente, della polarizzazione come metodo, dello scontro come strumento di consenso, arrivi a lambire persino la soglia del Vaticano. È un segnale preoccupante, non tanto per la Chiesa, che ha attraversato secoli di avversità ben più gravi, quanto per lo stato della civiltà politica occidentale.
Leone XIV — al secolo Robert Francis Prevost, nato a Chicago, primo papa statunitense nella storia della Chiesa — è una figura che sfida ogni tentativo di catalogazione politica. Figlio di un’America profonda ma formatosi tra Roma e il Perù, dove ha trascorso decenni come missionario agostiniano e poi come vescovo di Chiclayo, porta con sé una biografia che attraversa continenti, culture e periferie del mondo. Ha guidato l’Ordine di Sant’Agostino a livello mondiale, ha conosciuto le favelas e i villaggi andini, ha imparato a parlare cinque lingue. Quando dall’alto della loggia di San Pietro ha rivolto al mondo il suo primo saluto, ha scelto di invocare «una pace disarmata e disarmante». Non è il profilo di un uomo di parte.
Ecco perché chi lo attacca sbaglia due volte. La prima: nel merito, perché la posizione del Pontefice su qualunque tema — la pace, la giustizia sociale, la cura del creato, l’accoglienza dei più vulnerabili — non è l’espressione di una fazione politica ma di una coscienza universale, affinata da secoli di riflessione etica. Si può non condividerla. Non si può liquidarla con un post rabbioso o una dichiarazione ostile. La seconda: nel metodo, perché aggredire il Papa davanti all’opinione pubblica mondiale non produce consenso: produce sconcerto. Anche tra coloro che non frequentano le chiese, il rispetto per la figura del Pontefice appartiene alla cultura profonda dell’Occidente.
Vi è poi, in questo caso specifico, una singolarità che rende la vicenda ancora più stridente. Leone XIV è americano: nato negli Stati Uniti, cresciuto nella tradizione cattolica nordamericana, profondamente legato a quel paese da storia familiare e formazione. Che a criticarlo sia proprio un leader politico statunitense rivela una contraddizione difficile da ignorare, e dice molto sulla deriva di una certa cultura del conflitto che non risparmia nemmeno ciò che, per definizione, dovrebbe essere sottratto alla mischia.
Il mondo degli affari, della politica, dell’imprenditoria sa bene che esistono interlocutori con cui il confronto deve avvenire su un piano diverso da quello del battibecco quotidiano. Il Papa è uno di questi. Non perché sia intoccabile nel senso di inattaccabile — la storia è piena di critiche legittime ai papi, alla curia, alle istituzioni ecclesiastiche — ma perché esiste una misura nel dissenso che, se violata, dice più dell’aggressore che dell’aggredito. Unimpresa, che rappresenta imprenditori italiani radicati in una tradizione culturale di cui il cattolicesimo è parte costitutiva, non può restare indifferente di fronte a certi scivoloni. Non per ragioni confessionali, ma per ragioni di civiltà.
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