
di Paolo Longobardi, Presidente di Unimpresa
C’è qualcosa di commovente, e insieme di inquietante, nel celebrare una ricorrenza rotonda. Gli anniversari importanti invitano al bilancio, ma il bilancio, quando è onesto, non è mai soltanto un atto di celebrazione. È anche una forma di responsabilità. L’Italia compie oggi ottant’anni di Repubblica, e sarebbe riduttivo — oltre che intellettualmente disonesto — limitarsi a rivestire la giornata di retorica tricolore, per quanto comprensibile sia l’impulso.
Il 2 giugno 1946 fu una data straordinaria nella storia di questo Paese. Gli italiani — e per la prima volta anche le italiane, cui va il merito di avere allargato per sempre il perimetro della sovranità popolare — scelsero con il voto di voltare pagina. Venti anni di dittatura, una guerra perduta e devastante, un’occupazione straniera: eppure da quella maceria morale e materiale nacque qualcosa di inatteso. Non solo la Repubblica, ma la Costituzione che di lì a poco avrebbe dato a quel progetto collettivo il suo fondamento più solido. Un testo che i Padri costituenti — provenienti da culture politiche profondamente diverse, spesso antagoniste — seppero scrivere con una saggezza che il tempo ha confermato e che l’esperienza comparata di altri Paesi rende ancora più preziosa.
Eppure ottant’anni non sono trascorsi invano, e non sempre nel senso più nobile dell’espressione. La Repubblica italiana ha vissuto stagioni di grande slancio civile e di autentico sviluppo economico. Il miracolo degli anni Cinquanta e Sessanta non fu solo una questione di cifre: fu la dimostrazione che un popolo capace di sacrificio e di lavoro poteva, in pochi decenni, trasformare un Paese agricolo e arretrato in una delle economie più dinamiche del mondo. Quella stagione appartiene alla memoria collettiva con una nitidezza che nessuna revisione storiografica ha davvero scalfito.
Poi vennero gli anni difficili. Le tensioni sociali degli anni Settanta, il terrorismo, la strategia della tensione: prove durissime che la Repubblica superò, non senza lacerazioni profonde. E poi Tangentopoli, che spazzò via una classe dirigente intera — con i suoi meriti e i suoi vizi — aprendo una transizione che, a dire il vero, non si è mai del tutto conclusa. Da allora l’Italia insegue una stabilità istituzionale che tarda a consolidarsi, in un contesto internazionale che nel frattempo è cambiato radicalmente. La fine della guerra fredda, l’integrazione europea, la globalizzazione, la rivoluzione digitale: ciascuno di questi tornanti ha trovato il sistema italiano spesso impreparato, o almeno meno reattivo di quanto sarebbe stato necessario.
Questo non è un esercizio di pessimismo. È, semmai, il tentativo di guardare la realtà senza le lenti deformanti che le celebrazioni tendono a imporre. Perché la Repubblica vale la pena di essere onorata non con i discorsi, ma con i fatti. E i fatti dicono che il sistema produttivo italiano — le imprese, le piccole e medie aziende che costituiscono la spina dorsale dell’economia — ha mostrato in questi decenni una vitalità che spesso la politica non ha saputo né meritare né accompagnare adeguatamente. La burocrazia opprimente, la pressione fiscale tra le più elevate d’Europa, la lentezza della giustizia civile, il nanismo infrastrutturale del Sud: sono ferite aperte che ottant’anni non hanno rimarginato.
Eppure sarebbe ingeneroso non riconoscere anche le ragioni di speranza. Una generazione di italiani più giovani guarda all’Europa non come a un vincolo esterno ma come a un orizzonte naturale. Le imprese che investono nell’innovazione e nell’internazionalizzazione dimostrano ogni giorno che il talento italiano non è un mito consolatorio. E la tenuta delle istituzioni repubblicane di fronte a crisi che altrove hanno prodotto derive autoritarie è un dato che non andrebbe dato per scontato, in un’epoca in cui la democrazia liberale è sotto pressione in molte parti del mondo.
Gli ottant’anni della Repubblica ci consegnano dunque un’eredità ambivalente. C’è molto di cui essere orgogliosi, e molto di cui essere esigenti. La libertà che il referendum del 1946 conquistò non è un dato acquisito una volta per sempre: va praticata, difesa, approfondita. Vale per i cittadini, vale per le imprese, vale per chi governa. Il peso della libertà è esattamente questo: non consente di riposare sugli allori. Nemmeno il 2 giugno.
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