
di Mariagrazia Lupo Albore, Direttore generale Unimpresa
Tradizionalmente, il mercato del lavoro viene considerato un lagging indicator: reagisce cioè in ritardo rispetto all’andamento complessivo dell’economia. Quando arriva la recessione, l’occupazione tiene ancora per qualche mese; quando la ripresa prende forza, il numero degli occupati impiega tempo a risalire. Una dinamica simile a quella dei tassi di interesse delle banche centrali, che raramente anticipano i cicli, ma ne seguono la traiettoria.
Eppure, l’esperienza storica ci insegna che in alcuni frangenti il mercato del lavoro può trasformarsi in un leading indicator, ossia in un segnale anticipatore di recessione. Due semplici soglie statistiche aiutano a leggere il fenomeno. La prima: quando alla fine dell’anno i nuovi posti di lavoro creati scendono sotto quota 2 milioni, dopo anni con valori nettamente superiori, la probabilità di una recessione nei mesi successivi cresce sensibilmente. La seconda: quando la media mensile dei nuovi occupati cala sotto i 150 mila, dopo essere stata a lungo sopra, anche in questo caso è lecito preoccuparsi.
La serie storica dal 1939 al 2025 è istruttiva: la media annua dei nuovi posti di lavoro è di 1,5 milioni (per la precisione 1,489 milioni), un valore che di per sé si colloca sotto il livello di guardia dei 2 milioni. In altre parole, nella normalità, il mercato del lavoro americano non è un generatore esplosivo di nuova occupazione. Oggi, però, la situazione appare più delicata: ad agosto 2025 il saldo è fermo a 598 mila nuovi posti, in attesa dei dati dell’ultimo quadrimestre. Se l’andamento non cambierà, il dato annuo rischia di scivolare ulteriormente, avvicinandosi pericolosamente allo zero.
Il quadro diventa ancora più allarmante se si osserva la media delle medie mensili del periodo 1939-2025, pari a 125 mila nuovi posti. Anche questo valore storico è sotto il trigger dei 150 mila. Ma il vero problema è il dato di agosto 2025: appena 75 mila nuovi occupati. Troppo pochi. Per tornare in linea con la media storica servirebbe un quadrimestre con una dinamica di occupazione molto sostenuta, difficile da immaginare in un contesto segnato da dazi commerciali, inasprimento delle tensioni geopolitiche e calo della fiducia delle imprese.
Tutto questo non equivale a dire che la recessione sia inevitabile o imminente. Ma è un campanello d’allarme da prendere sul serio. Se la creazione di nuovi posti di lavoro dovesse azzerarsi nei prossimi mesi, sarebbe difficile sostenere che la recessione sia ancora una prospettiva futura: significherebbe che è già entrata nelle nostre case, pronta a dispiegare i suoi effetti su consumi, investimenti e finanza pubblica.
Gli economisti discutono se la frenata possa materializzarsi già alla fine del 2025 o se sarà più probabile un arretramento nel 2026. Molto dipenderà dall’impatto pieno dei dazi americani e dall’evoluzione dei conflitti in corso, che condizionano le catene di approvvigionamento e alimentano l’incertezza globale. In ogni caso, il mercato del lavoro ci sta dicendo con chiarezza che il ciclo espansivo post-pandemico è giunto al termine e che serve prepararsi a tempi più difficili.





